un’assemblea pubblica per fermare e invertire questa tendenza
Il dibattito in Parlamento in vista del vertice europeo del 18 e 19 giugno è stato disarmante, non per qualche coraggiosa iniziativa di pace ma per il pressappochismo e il servilismo del governo, le ipocrisie e le doppiezze dell’opposizione. Tutto si è ridotto alla polemica spicciola preelettorale. Nessuno ha proposto scelte nette e chiare, per la semplice ragione che ogni scelta vera oggi metterebbe in discussione la collocazione internazionale del nostro paese, quella che un tempo veniva definita “euroatlantica”.
Si deve restare nella Nato e non si devono mettere in discussione i trattati dell’Unione Europea; si è contro Trump – Meloni non riesce a nominarlo – ma si resta “ storicamente” alleati degli Usa; si attacca Netanyahu – Meloni si ferma a Ben Gvir – ma non si decide la rottura con Israele. Per Meloni non bisogna isolare lo Stato israeliano e per Schlein bisogna agire in Europa, dove tutti sanno che non si farà nulla.
Siamo di fronte a un teatrino che recita sopra il baratro; e le posizioni pacifiste non contano nulla perché poi vale il principio dell’alleanza coi guerrafondai. Il M5S e AVS si dichiarano contro l’invio di armi in Ucraina, ma poi stanno saldamente assieme al Pd, che invece lo ripropone e anzi lo rilancia, aggiungendo il sì all’entrata dell’Ucraina nella Ue, che non allarga l’Unione Europea ma la guerra alla Russia. Quanto ai brontolamenti della Lega, non ce n’è traccia nelle mozioni e negli atti del governo, come ricordano tutti i ministri.
Ci sono anche i più realisti del re: perché Starmer, che ha una popolarità del 2%, non invita Meloni con Merz e Macron, altri amatissimi nei loro paesi? E Meloni risponde: noi siamo il centro del mondo, forti in particolare delle relazioni con Edi Rama, contro cui è in piazza tutto il popolo albanese.
In questa nullità un solo dato politico è davvero emerso: l’inseguimento a destra delle due leader dei partiti più grandi. Giorgia Meloni ha attaccato frontalmente il partito di Vannacci, accusandolo di fare il gioco della sinistra, copiando così un mantra che avevamo sentito per decenni nel campo avverso: loro sono uniti se non stiamo tutti assieme, facciamo il loro gioco. Per la legge del contrappasso, oggi Giorgia Meloni usa a destra la propaganda tradizionale della sinistra di governo.
Per annullare Vannacci il governo Meloni dovrà spostarsi ancora più a destra contro i migranti, assisteremo nei prossimi mesi a una gara di propaganda tra chi la spara più grossa sulla remigrazione, alimentando quel clima xenofobo i cui effetti stanno esplodendo già in Gran Bretagna.
Elly Schlein non dovrebbe avere di questi problemi, ma invece anche lei deve inseguire. L’uscita dal partito di Pina Picierno e altri centristi magari non avrà rilevanza sul piano elettorale, però ha posto un problema di affidabilità euroatlantica della leadership del Pd. I tanti “riformisti” rimasti nel partito ora pretendono posizioni che tolgano spazio ai centristi. Così nel dibattito parlamentare il Pd di Schlein ha scavalcato a destra Meloni, con l’esaltazione della Difesa Comune Europea, che se presa sul serio costerebbe di più del riarmo Nato. E per il Pd è anche intervenuto Piero Fassino, esponente di quella ossimorica “sinistra per Israele”, che con Delrio al Senato ha votato l’equiparazione per legge dell’antisionismo con l’antisemitismo.
Del resto in Europa il Pd è schierato totalmente con Ursula von der Leyen e nel suo gruppo dirigente ci sono persone di fiducia e di potere referenti della Nato, cosi come dell’industria militare. Conte ha un bel dichiarare che quando sarà al governo taglierà le spese militari, non potrà farlo assieme al Pd.
Ciò che segna il dibattito parlamentare di questi giorni è il trascinamento a destra di entrambi gli schieramenti. Quello di governo per togliere a Vannacci la bandiera della persecuzione ai migranti e della remigrazione. Quello del campo largo per togliere a Picierno e Calenda la bandiera della Nato e pure quella di Israele.
Il tutto nella sempre più diffusa consapevolezza che, qualunque dei due schieramenti governi, nulla di sostanziale è destinato a cambiare, perché oggi la politica estera decide della politica interna, ne delimita i vincoli politici, economici e sociali. Per superare l’economia di guerra bisogna uscire dalla guerra, per far salire i salari devono scendere le armi. Cioè ci vuole un’altra politica internazionale. Ma sulla politica internazionale le posizioni di Meloni e Schlein, polemicamente, coincidono.
Potere al popolo ha convocato un’assemblea il 14 giugno a Roma per mettere in discussione la marcia verso destra di tutto il sistema politico italiano. Vogliamo costruire un campo politico a sinistra che sia indipendente dal centrosinistra, che sia davvero per il ripudio di guerra e imperialismo e per il disarmo, per l’eguaglianza sociale senza distinzioni etniche e razziali, per il sistema pubblico contro quello del profitto. Se ce la faremo, fermeremo e invertiremo l’inseguimento a destra.
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