Salute

che spostino la strada attorno al platano di Napoleone ad Alessandria

di Giuseppe Chia

È solo un albero ma vederlo da vicino provoca un’emozione profonda. Non so misurare a occhio la circonferenza. Sua maestà mi guarda dal ciglio della strada insonne mentre il traffico scorre veloce. Chi volesse fermarsi a visitarlo, a fargli un saluto, deve stare molto attento…

Tutti sanno che lì cresce un gigante da tempo immemore. Lo chiamano il platano di Napoleone e si trova sulla corsia all’uscita da Alessandria. Ci vorrebbe un’isola verde intorno per portarci i bambini a giocare, in modo che tutti possano venire a vederlo, a toccarlo, a guardarlo da tutti i lati, tanto è bello e possente. Ma nessuno apparentemente ha mai pensato a qualcosa del genere.

La zona intorno ad Alessandria, lungo il Tanaro e il Bormida, è piena di platani, ma questo è davvero speciale. È triste dirlo: la sua condizione, strozzato dal traffico, a respirare polvere di pneumatici, fa pensare alla misera condizione di noi umani, che non diamo importanza alle cose veramente importanti. Qualcuno, leggendo queste righe, dirà: “Ma cosa pretende questo qua, che spostiamo la strada per costruire un’isola pedonale intorno all’albero?”. Ma io sommessamente rispondo: “Sì, sarebbe il segnale che finalmente qualcosa cambia in meglio in questa turpe epoca di nonsenso, soprusi, prepotenze… il segnale che, finalmente, si spendono soldi per una causa seria, umanamente appagante”.

A poca distanza dal platano c’è il Bormida; non lontano da Alessandria si unirà al Tanaro formando una massa d’acqua enorme che confluirà poi nel Po. Chi si fermerà mai a guardare questo fiume con l’acqua di un verde scuro, quasi immobile. Perché non spostare la strada da qualche altra parte? Lo spazio certo non manca. Nel corso degli anni chilometri e chilometri di nuovo asfalto sono apparsi intorno a questa città che sembra vivere con la smania della fretta, dell’andare chissà dove, del risparmiare tempo… per cosa?

Una bella area verde con al centro lui che con la sua sola presenza arricchisce il tuo sguardo, la tua anima, il tuo pensiero. E poi, più in là il fiume. Un’area verde perché chi vuole possa passare del tempo lì intorno, visitarlo di tanto in tanto, ammirarlo, fargli un saluto, un vero simbolo vivente di una città che finalmente riscopre la sua ragion d’essere. Non più città di caserme e soldati, di supermercati e uffici, ma una città di gente che fa qualcosa per il futuro dei suoi cittadini, per il benessere di tutti, anche di quelli che verranno, che non sono ancora nati.

Una città non è solo l’insieme delle sue attività economiche. Negli ultimi decenni siamo stati indotti a pensare questo. Ormai le città dovrebbero re-imparare a vivere a contatto con la natura e la natura significa soprattutto alberi e fiumi. Sono loro che migliorano la qualità della vita, la vivibilità, l’aria, il senso dell’abitare in un luogo piuttosto che in un altro.

Io scommetto che una volta fatto il lavoro, tutti direbbero: “Ma guarda: cosa ci voleva? Non è stato per niente complicato e non abbiamo speso neppure molto. Ma quello che abbiamo guadagnato è davvero incalcolabile”. Adesso si può guardare dal ponte il placido Bormida, seguire il corso delle stagioni e dei colori che cambiano parlando col fiume e col platano, andare in bicicletta o a piedi nei percorsi ecologici che si possono già intuire. La città riscopre a poco a poco il grande padre che non sapeva di avere. Mamme e pensionati con figli e nipoti vi si ritrovano, passano il tempo. A un patrimonio prima completamente inutilizzato, prima abbrutito dal traffico e dalla polvere, è stato dato valore. Non sarà più il platano di Napoleone adesso, ma il platano di Alessandria…

Quando l’ultimo insulto al buonsenso sarà stato consumato, sono sicuro che questa idea del “Parco del Bormida e del Platano”, che ora sa di ingenua utopia, sarà considerata in modo più “terreno” un umile omaggio a ciò che realmente conta: i fiumi e gli alberi senza i quali la vita sarebbe impossibile.

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