a Roma il modello che aiuta i senza dimora a ricominciare
C’è un momento, nella vita di chi vive per strada, in cui la differenza non la fa un pasto caldo o un posto letto per una notte. La differenza la fa una chiave. La chiave di una porta da aprire ogni sera, di una stanza dove tornare, di un luogo da chiamare casa.
È da questa convinzione che nasce il modello “Housing First”, letteralmente “prima la casa”, un approccio che negli ultimi anni sta cambiando il modo di affrontare il problema della grave emarginazione abitativa.
Un principio semplice ma rivoluzionario: non chiedere alle persone di risolvere prima tutti i propri problemi per meritare un’abitazione, ma partire proprio dalla casa per costruire un percorso di rinascita.
Il tema è stato al centro di un incontro ospitato nei giorni scorsi alla Città dell’Altra Economia, dove operatori sociali, amministratori e associazioni hanno fatto il punto su una delle sfide più complesse delle grandi città: garantire il diritto all’abitare a chi ne è stato escluso.
Dalla strada a una nuova possibilità
In Italia il modello Housing First viene promosso da oltre un decennio dalla Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora.
In questi anni ha coinvolto circa 1.800 persone in decine di città, offrendo loro un accesso immediato a un alloggio stabile accompagnato da percorsi personalizzati di supporto sociale, sanitario e lavorativo.
L’idea di fondo è capovolgere un paradigma che per molto tempo ha guidato gli interventi assistenziali. La casa non è il premio finale di un percorso, ma il punto di partenza.
Una filosofia che a Roma ha trovato terreno fertile grazie al lavoro di associazioni e istituzioni impegnate nel settore dell’inclusione sociale.
Il progetto nato durante la pandemia
Tra le realtà che hanno scelto di investire su questo modello c’è l’associazione PsyPlus, che negli ultimi anni ha sviluppato iniziative dedicate alle persone senza dimora integrando il sostegno abitativo con percorsi psicologici e di accompagnamento.
L’idea di portare stabilmente l’Housing First nella Capitale nasce in uno dei momenti più difficili degli ultimi anni: l’estate del 2020, nel pieno dell’emergenza sanitaria.
Da allora è iniziato un lungo lavoro fatto di formazione, costruzione di reti territoriali e ricerca di risorse. Un percorso che ha portato alla nascita di una squadra multidisciplinare capace di seguire le persone accolte non soltanto nella gestione della casa, ma anche nel recupero delle relazioni sociali, della salute e dell’autonomia.
I primi risultati sono arrivati tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, quando sono stati individuati i primi appartamenti destinati ad accogliere persone che vivevano in strada da molti anni.
Undici appartamenti e diciotto nuove storie
Oggi il progetto può contare su undici abitazioni distribuite in diversi quadranti della città.
Alcune provengono dal patrimonio confiscato alla criminalità, altre sono state messe a disposizione da privati o reperite grazie alla collaborazione con il mondo del volontariato e del terzo settore.
Attraverso queste strutture sono state accolte diciotto persone che hanno potuto interrompere una condizione di grave precarietà abitativa. Parallelamente, decine di cittadini hanno beneficiato di percorsi di supporto psicologico ed educativo pensati per accompagnare il reinserimento sociale.
Dietro i numeri ci sono storie di uomini e donne che per anni hanno vissuto tra dormitori, sistemazioni temporanee e marciapiedi, e che oggi stanno cercando di ricostruire una quotidianità fatta di piccole certezze.
La sfida culturale
Per le istituzioni, tuttavia, la questione non riguarda soltanto il reperimento degli alloggi.
L’assessora alle Politiche sociali Barbara Funari ha sottolineato come l’esperienza di questi anni dimostri che una casa possa rappresentare il primo vero strumento di inclusione. Non un punto di arrivo, ma il luogo da cui ripartire per progettare il futuro.
Una visione condivisa anche dall’assessore al Patrimonio e alle Politiche abitative Tobia Zevi, che ha evidenziato la necessità di una maggiore integrazione tra i diversi uffici pubblici coinvolti nelle politiche della casa e del welfare.
Secondo Zevi, il successo di questi percorsi dipende dalla capacità di mettere in comunicazione servizi sociali, politiche abitative e strutture territoriali, superando frammentazioni che spesso rallentano gli interventi.
Oltre i pregiudizi
Accanto alle difficoltà economiche e organizzative, resta poi una sfida meno visibile ma altrettanto importante: quella culturale.
L’inserimento di persone fragili in appartamenti distribuiti nei quartieri della città continua infatti a scontrarsi, in alcuni casi, con diffidenze e timori da parte dei residenti. Paure legate alla convivenza, al valore degli immobili o alla presenza di persone considerate problematiche.
È proprio qui che il modello Housing First tenta di produrre un cambiamento più profondo. Non solo offrire un tetto a chi ne è privo, ma dimostrare che l’inclusione può diventare una risorsa per l’intera comunità.
Perché dietro ogni porta che si apre c’è molto più di un alloggio: c’è la possibilità concreta di restituire dignità, autonomia e futuro a chi rischiava di restare invisibile.
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