White lives matter
Nessuno di quelli che si sono inginocchiati per George Floyd, probabilmente lo farà per Henry Nowak. Nessuna sigla o movimento sfilerà per lui in piazza. Perché le vite dei neri contano ma, in questo folle mondo occidentale drogato di woke, quelle dei bianchi un po’ meno. Nessun progressista farà campagne di sensibilizzazione. Probabilmente non sanno nemmeno della sua triste storia perché, fuori dall’Inghilterra, la stampa mainstream si è a lungo guardata bene dal raccontarla. E così Henry Nowak passerà per uno dei tanti diciottenni ammazzati a coltellate sul finire di una sera. Poco importa ai cantori del progressismo che quel 3 dicembre 2025, la polizia intervenuta sul posto decida di arrestare Henry, agonizzante, anziché Vickrum Digwa, un 23enne di fede sikh che ha ripetutamente infierito su di lui con un coltello da 20 centimetri. A loro non importa che i poliziotti lo abbiano ammanettato anziché soccorrerlo perché l’aggressore ha detto (mentendo) di essere stato vittima di un attacco razzista. E nemmeno gli importa che la morte di Henry Nowak potrebbe essere il punto più basso toccato da un Paese a tal punto intriso di ideologia woke da diventare cieco. E tutto questo non importa perché non è utile alla narrazione politicamente corretta della sinistra che vuole tutti i bianchi intrinsecamente razzisti e violenti contro ogni minoranza.
Lunedì sera, dopo mesi di polemiche, si è finalmente arrivati a sentenza. la Southampton Crown Court ha condannato Vickrum Digwa all’ergastolo. Il giudice, dopo aver ascoltato il parere della giuria popolare, ha stabilito che l’inglese di origini indiane dovrà stare almeno 21 anni in carcere. Ma nonostante questo gli inglesi fanno fatica a mettere la parola “fine” a questa storia drammatica. Perché, per quanto le sei coltellate inflitte con uno “shastar” di otto pollici le abbia sferrate Digwa, i riflettori sono puntati sugli agenti della Hampshire Police, la stessa che nel 2020 si era prodigata in tweet a favore di George Floyd. Gli agenti hanno preferito credere alle bugie di Digwa, nonostante Nowak fosse accasciato a terra, praticamente privo di sensi, e con un filo di voce ripetesse: “Non riesco a respirare”. Le immagini delle bodycam degli agenti, che sono state rese pubbliche al termine del processo, sono un pugno nello stomaco. “Sono stato accoltellato”, prova a spiegare Nowak. “Non credo proprio, amico”, gli risponde un poliziotto. A guardare il video non ci si spiega come possano aver ammanettato un corpo che non si regge nemmeno in piedi. “Lo hanno lasciato morire senza dignità”, hanno commentato i genitori dello studente 18enne. “Il modo in cui è stato trattato è stato disumano e degradante”.
Nei giorni scorsi la polizia ha chiesto pubblicamente scusa ma le scuse non sono sufficienti a chiudere il caso. In un articolo dello Spectator che indaga “il male dell’anti-razzismo”, vengono elencate le ragioni che hanno spinto gli agenti a “ignorare le suppliche del ragazzo bianco di 18 anni che stava morendo dissanguato davanti ai loro occhi”. Ci sono “decenni di addestramento all’antirazzismo, la paura di essere etichettati come razzisti, la paura di non ascoltare le minoranze”. Tutto questo è il frutto avvelenato dell’antirazzismo: “Qualunque cosa fosse negli anni Novanta, sembra che ora la nostra polizia sia istituzionalmente anti-bianchi”.
Quando tra qualche anno, a Southampton, chiederanno di cosa sia morto Henry Nowak, qualcuno racconterà di una rissa per strada; altri parleranno di una coltellata che gli ha perforato un polmone; altri ancora tireranno in ballo un errore di valutazione della polizia; pochi, molto pochi, avranno il coraggio di dire, come ha fatto ieri Nigel Farage, che è stato vittima di “un nuovo razzismo contro i bianchi”. Lo stesso che ha ucciso Iryna Zarutska lo scorso agosto, in una metropolitana della North Caroline. Un’altra morte per cui non abbiamo visto cortei e mobilitazioni. E allora viene da chiedersi: fino a che punto l’Occidente si vergognerà di dire che anche le vite dei bianchi contano?
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