Trent’anni senza Luciano Lama in un ingiustificabile silenzio

di Walter Verini – parlamentare Pd
Viene da dire: chiedi chi era Luciano Lama. Già, perché tranne un mio articolo su l’Unità, pochissimi hanno ricordato il grande leader sindacale della Cgil nel trentesimo della scomparsa. Lo farà la”sua” Amelia, la cittadina di cui fu sindaco, sabato prossimo, su iniziativa del Pd e su spinta del suo ex-vicesindaco Fabrizio Bellini. La sua Cgil si è limitata ad una corona al Verano, alle 8.30 di mattina. I partiti della sinistra, lasciamo perdere. C’è da allibire, ma – purtroppo – non da sorprendersi: ricordare giganti come Lama fa risaltare il non esaltante livello delle classi dirigenti politiche, sindacali, istituzionali di oggi.
Eppure a trent’anni dalla morte, tratteggiare alcune caratteristiche del suo percorso umano, sindacale, politico-istituzionale, vuol dire parlare di oggi. Certo, il mondo è radicalmente cambiato. Anche, e soprattutto, quello dell’economia, della produzione. Del lavoro. L’intelligenza artificiale, le rivoluzioni digitali e tecnologiche, la concentrazione in pochissime mani del potere assoluto sul destino – anche lavorativo – delle produzioni materiali e immateriali e su quello della vita di miliardi di persone sono (e lo dico davvero per titoli generalissimi) aspetti di un mondo che non c’era nel tempo di Lama. E non c’è più la “fabbrica”, oggi dispersa e diffusa, frammentata, iper robotizzata, governata da software e da sistemi che rispondono a logiche che sembrano inafferrabili. Ma che decidono con gli algoritmi il destino e la vita delle persone. E non c’è più, naturalmente, il sindacato del tempo di Lama, presidio ancora oggi fondamentale per la tutela dei diritti e della dignità del lavoro, ma con evidenti problemi di rappresentanza , ruolo, capacità di incidenza.
Eppure, pensando a Lama, al suo tempo, ci sono lezioni che per me conservano una loro attualità e perfino contemporaneità. Ne cito qualcuna, anche sull’onda dei ricordi personali (con lui ebbi un rapporto per me importante) e di quanto mi consentì di scrivere in un libro (‘Sinistra con vista”, Edimond, Conversazione con Luciano Lama) che pubblicai un anno prima della sua morte.
I diritti, dicevamo. Erano la bussola di Lama. Uomo del popolo, romagnolo di Gambettola, aveva partecipato giovanissimo alla Resistenza (come il fratello Lelio, ucciso dai tedeschi), per affermare i diritti alla libertà e alla democrazia. Dopo la Liberazione difesa dei diritti significò per lui Sindacato. Cgil. Ricostruzione, industrializzazione, lotte sociali, conflitti, scioperi. Ma anche combattere per dare uno sbocco ai conflitti. La sua vita nella Cgil di Di Vittorio – Cgil della quale diventò leader amato e riconosciuto da tutto il Paese – fu questo ed è significativo che nell’ultima fase della sua vita, da senatore, presiedette la Commissione d’inchiesta parlamentare contro le morti e per la sicurezza del lavoro. Diritti. Fino all’ultimo.
Ma per Lama tutela dei diritti significava risultati possibili. Scioperi, conflitti, ma anche firma di contratti, accordi. Ne firmò tanti, Lama. Di tante categorie. Quello più rilevante, sul piano generale, fu quello che Cgil-Cisl-Uil siglarono con la Confindustria di Agnelli, sul punto unico di contingenza. Cinquanta anni dopo si potrebbe rileggere criticamente quell’accordo, che però allora migliorò le condizioni di vita di milioni di famiglie, garantì al sindacato un ruolo generale che seppe svolgere per anni, anche in quelli terribili del terrorismo, delle stragi nere e del terrorismo rosso, durante i quali l’argine democratico dei lavoratori e del Sindacato – della Cgil di Lama – aiutarono l’Italia a superare quegli attacchi alla democrazia, che ebbero anche sostegni “esterni” da settori dell’amministrazione statunitense e da manovre interne a forze del blocco sovietico.
Conflitti, ma anche coraggio. Lama, in una celebre intervista a Scalfari, parlò di “salario come variabile dipendente”. Rompendo tabù e scuotendo mondi sindacali e politici. Discutibile? Certamente. Ma rappresentava una idea di sindacato che, in presenza di inflazione che colpiva salari e stipendi, di effetti ancora presenti della crisi energetica, si “faceva carico” dei problemi del Paese. In quell’ottica c’era lo spazio sia per l’accordo sul punto unico che per il salario variabile dipendente. E per la “Svolta dell’Eur”, che suscitò consensi e contrasti ma che era coerente con una Sinistra che cercava di parlare oltre la sua base tradizionale.
Qualche tempo dopo, nel ’78, intervistai Lama per ‘Paese Sera’ e mi disse una frase che sollevò polemiche e reazioni : «La svolta dell’Eur era funzionale al compromesso storico». Mi sorpresi anch’io, perché in effetti, in quel modo, sembrava marginalizzare il tema dell’autonomia sindacale dai partiti e dal “partito” . Ma pensai e penso che volesse intendere che in quella fase sia la sinistra politica che sindacale avessero una sfida distinta ma comune: condurre a compimento la democrazia, sfida brutalmente interrotta dall’assassinio di Aldo Moro.
Lama, poi, era ossessionato dall’unità della Cgil e dall’unità sindacale. Nel libro- intervista mi rivelò un episodio molto significativo. Craxi, capo del Governo, aveva fatto il decreto sulla scala mobile. La sinistra era lacerata. La posizione di Lama era di contrarietà, ma non sovrapponibile a quella di Berlinguer. Il che, non gli impedì di promuovere come Cgil una grande manifestazione a San Giovanni contro il decreto-Craxi. Ma – ecco il fatto – il giorno in cui il direttivo Cgil votò (spaccandosi tra comunisti e socialisti) la posizione sul decreto, Lama volle che il suo ” Aggiunto”, il socialista Agostino Marianetti, fosse la sera, insieme con lui, in televisione. La motivazione?
«La Cgil non aveva una posizione, ma due: una di maggioranza e una di minoranza. Trovavo giusto che entrambe fossero rappresentate».
Ecco, Lama guardava al “dopo”, a come non lacerare il bene prezioso dell’unità della Cgil. E anche durante il referendum, i rapporti e i toni verso Cisl e Uil, schierati a favore del decreto, furono tali da non compromettere il “dopo”. Perché considerava l’unità dei sindacati un bene prezioso. Non è un tema di agenda attuale?
Negli ultimi anni della sua vita, dopo avere lasciato la guida della sua Cgil, in una straordinaria, commovente manifestazione al PalaEur, ricoprì il ruolo di vicepresidente del Senato e, soprattutto, accettò la richiesta di fare il Sindaco ad Amelia, bellissima cittadina umbra nella quale aveva da molti anni una casetta in mezzo al verde che era il suo luogo dell’anima. Svolse quel ruolo con umiltà, dedizione. Tornando ad occuparsi quotidianamente e direttamente della vita delle persone. E ancora oggi i suoi cittadini, il mondo politico locale, anche i più giovani ricordano quel sindaco, che era stato per lunghi anni un grande leader della Sinistra e del Paese, con affetto e grande stima. Lama era legato all’Umbria. Per Amelia, ma non solo. Negli anni aveva seguito momenti delicati e vertenze della vita delle Acciaierie di Terni, del Polo Chimico, ma anche della Perugina poi IBP poi Nestlé. Aveva anche stabilito rapporti di amicizia con alcuni dirigenti sbdacali: uno su tutti Goriano Francesconi, che lo accompagnava spesso per boschi, alla ricerca di tartufi. Una esperienza che feci anch’io con Lama, con amici e compagni tartufai che facevano a gara per volerlo accompagnare nelle occasioni in cui mi chiedeva di organizzare – alle 6 di mattina – di andare a cercare la trifola.
Nel libro-intervista richiamato, Luciano Lama mi consegnò anche qualche risposta “profetica”. Mi rispose di “vedere” Sergio Cofferati come leader della Cgil e di considerare Giorgio Napolitano – con cui condivideva l’ispirazione riformista – «adatto per la più alta magistratura della Repubblica». E undici anni dopo la “profezia” divenne realtà.
Ecco, ho tratteggiato, senza pretese di completezza e rigore storico, il “mio ” Lama. Penso che quelle parole-chiave che hanno caratterizzato la sua vita (popolo, diritti, lavoro, visione, coraggio , interesse generale del Paese, unità sindacale, sfide del futuro) potrebbero e dovrebbero essere utili anche oggi.
Luciano Lama fece in tempo a vedere la nascita del Governo Prodi, quello dell’Ulivo, in cui credeva molto. Il 18 maggio quel Governo giurò e il vicepresidente Veltroni, lasciato il Quirinale, andò a trovarlo a casa. Il 31 maggio Lama morì e i suoi funerali a Roma, nella piazza delle grandi manifestazioni della sinistra, San Giovanni, furono un grande fatto di popolo.
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