Calabria

Antonio Caridi, il calvario giudiziario e l’ipocrisia della politica. L’INTERVISTA

Era il 4 agosto 2016, quando il Senato della Repubblica dava il via libera all’arresto del sen. Antonio Caridi. L’accusa mossa dalla Dda di Reggio era pesantissima: fare parte della componente riservata dalla ’ndrangheta, uno dei capi “invisibili” della famigerata organizzazione criminale. Maggio 2026, giorno 25, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato per la seconda volta l’assoluzione di Antonio Caridi con formula ampia. Dieci anni spaventosi (con 18 mesi di carcerazione preventiva), vissuti sull’orlo di una crisi di nervi, che hanno trascinato Caridi dagli altari alla polvere.

Antonio Caridi, quanto è stata dolorosa la strada da Palazzo Madama al carcere di Rebibbia?
«È stata una strada lunga e faticosa. La pagina più buia della mia vita».

A risentire oggi il discorso che ha svolto in Senato in difesa della sua innocenza vengono i brividi.
«Il mio arresto è stato votato dal Senato, prima ancora che si pronunciasse il Tdl di Reggio. La politica, dunque, ha scelto di mandarmi in galera prima ancor che si pronunciassero i giudici sul ricorso dei miei avvocati, senza leggere nulla delle 6.000 pagine (oltre alle informative varie) e quindi sottoscrivendo la sottomissione della Politica alla Magistratura inquirente. E rendendo monco un ramo del Parlamento. I senatori di Pd, M5S e Lega hanno votato il mio arresto in Giunta per le autorizzazioni in meno di mezz’ora. Ma la cosa che più mi ha ferito di più è stato il fatto che durante i lavori del Senato, i miei ex colleghi, anche se non voglio definirli tali, mentre io parlavo erano del tutto disinteressati: che parlava al telefono, chi chiacchierava, chi era distratto… avevano già deciso di mandarmi in galera, senza sapere neppure di quali fatti fossi accusato».
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale


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