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Roma, 26 mag. – (Adnkronos) – Cento anni di Marilyn Monroe. Il 1° giugno 1926 nasceva a Los Angeles Norma Jeane Mortenson. Oggi il mondo continua a chiamarla Marilyn Monroe. Non è soltanto il segno di un nome d’arte riuscito, ma la prova di un fenomeno rarissimo: la trasformazione di una persona in simbolo universale. Marilyn non appartiene più soltanto alla storia del cinema, né semplicemente alla cultura popolare del Novecento. Appartiene all’immaginario collettivo, a quella zona misteriosa in cui convivono desiderio, malinconia, bellezza e tragedia. Poche figure del secolo scorso hanno saputo incarnare così perfettamente le contraddizioni della modernità: l’innocenza e l’erotismo, la vulnerabilità e la potenza mediatica, la ricerca disperata d’amore e l’impossibilità di trovarlo.
A cent’anni dalla nascita, Marilyn Monroe continua a essere ovunque. Nelle fotografie moltiplicate all’infinito, nelle citazioni artistiche, nei musei, nelle aste milionarie, nelle serie televisive, nei saggi femministi e nei social network. È una presenza permanente. Eppure, dietro quella celebrità assoluta, dietro il sorriso inclinato e lo sguardo lattiginoso che prometteva desiderio senza minaccia, resta il volto di una bambina abbandonata che non smise mai di chiedere protezione.
La storia di Marilyn comincia infatti nella precarietà. Figlia di Gladys Monroe, cresciuta senza un padre riconosciuto – probabilmente Stanley Gifford, collega della madre presso la Consolidated Film Industries – Norma Jeane trascorse l’infanzia tra famiglie affidatarie, orfanotrofi e case temporanee. La madre, affetta da gravi disturbi psichici, venne ricoverata quando lei era ancora molto piccola. La futura diva imparò presto cosa significasse sentirsi di troppo, non appartenere a nessun luogo, vivere nella paura di essere nuovamente respinta. Molti anni più tardi, nelle interviste, avrebbe raccontato episodi traumatici, abusi, umiliazioni, la sensazione costante di essere invisibile. Non importa stabilire quanto, in quei racconti, vi fosse memoria precisa o ricostruzione emotiva: ciò che emergeva era un nucleo profondo di solitudine. Quella solitudine la accompagnò sempre, anche quando il mondo intero sembrava desiderarla.
Nel 1942, appena sedicenne, sposò Jim Dougherty, giovane operaio destinato alla guerra nel Pacifico. Fu un matrimonio di protezione più che d’amore, un tentativo di trovare una stabilità che non aveva mai conosciuto. Due anni dopo, mentre il marito era al fronte, Norma Jeane lavorava in una fabbrica di paracadute. Fu lì che avvenne il primo miracolo della sua vita: un fotografo inviato per documentare il contributo femminile allo sforzo bellico notò quella ragazza dai capelli castani e dal sorriso luminoso. La macchina fotografica sembrò capire immediatamente ciò che Hollywood avrebbe compreso poco dopo: il volto di Norma Jeane possedeva qualcosa di irripetibile.
Cominciò così la carriera di modella. La giovane imparò rapidamente a stare davanti all’obiettivo. Non era soltanto bella: aveva un’intelligenza istintiva dell’immagine. Sapeva come inclinare il viso, come suggerire vulnerabilità senza perdere seduzione, come trasformare la posa in racconto. I fotografi compresero che quella ragazza riusciva a oltrepassare la fissità della fotografia. Sembrava viva anche nell’immobilità.
Nel 1946 arrivò il contratto con la 20th Century Fox. Fu allora che Norma Jeane diventò Marilyn Monroe. Un nuovo nome, capelli schiariti, una voce costruita come un soffio sensuale, una camminata oscillante destinata a entrare nella leggenda. Hollywood stava creando il proprio sogno biondo.
Ma Marilyn non voleva essere soltanto un corpo da esibire. Dietro l’immagine della pin-up si nascondeva una fame autentica di cultura e riconoscimento artistico. Studiava recitazione, leggeva, frequentava corsi teatrali all’Actors Lab di Los Angeles. Era terrorizzata dall’idea di apparire stupida. La sua insicurezza culturale divenne una ferita costante. Chi la incontrava restava spesso sorpreso dalla distanza tra il personaggio pubblico e la donna reale: timida, ansiosa, vulnerabile, ossessionata dal bisogno di essere presa sul serio.
I primi ruoli furono brevi apparizioni. Poi arrivarono due film fondamentali nel 1950: “Giungla d’asfalto” di John Huston e “Eva contro Eva” di Joseph L. Mankiewicz. Bastarono pochi minuti sullo schermo per renderla indimenticabile. In “Giungla d’asfalto” era Angela, amante sensuale e infantile di un avvocato corrotto; in “Eva contro Eva” interpretava una giovane attricetta inconsapevolmente comica. Hollywood aveva trovato la propria creatura perfetta: una donna capace di apparire contemporaneamente ingenua e pericolosa, candida e provocante.
Negli anni successivi, però, Marilyn rischiò di diventare prigioniera della propria immagine. I produttori vedevano in lei soprattutto la “bionda svampita”, figura erotica rassicurante per l’America conservatrice degli anni Cinquanta. La sua sensualità non era aggressiva: sembrava infantile, accessibile, quasi smarrita. Fu questo l’elemento decisivo del suo successo. Marilyn permetteva agli uomini di desiderarla senza sentirsi minacciati, e alle donne di identificarvisi senza percepirla come distante. Era insieme dea e ragazza della porta accanto.
Nel 1953 avvenne la consacrazione definitiva. “Niagara” la trasformò in una dark lady esplosiva e inquietante: l’abito rosso, la celebre camminata ripresa da dietro, il magnetismo quasi animalesco. Nello stesso anno uscirono “Gli uomini preferiscono le bionde” e “Come sposare un milionario”, che fissarono per sempre il suo personaggio pubblico. In “Gli uomini preferiscono le bionde”, accanto a Jane Russell, Marilyn raggiunse la perfezione comica. Lorelei Lee, cacciatrice di milionari tanto superficiale quanto lucidissima, era una caricatura intelligente dell’America consumista. Quando canta “Diamonds Are a Girl’s Best Friend”, avvolta nel celebre abito rosa shocking, il cinema entra nella mitologia.
Eppure, mentre il mondo rideva e si innamorava, Marilyn continuava a sentirsi inadeguata. Non sopportava la superficialità con cui gli studios la trattavano. Voleva ruoli drammatici, personaggi complessi, possibilità di crescita artistica. I conflitti con la Fox si fecero sempre più aspri. Nel frattempo, la sua vita privata diventava materiale da tabloid.
Il matrimonio con Joe DiMaggio, leggenda del baseball americano, fu seguito come una favola nazionale. Lui introverso, silenzioso, tradizionale. Lei la donna più desiderata del pianeta. La relazione, però, si rivelò presto soffocante. L’episodio simbolo fu la celeberrima scena di “Quando la moglie è in vacanza” di Billy Wilder: Marilyn sopra la grata della metropolitana, la gonna bianca sollevata dal vento, la folla impazzita attorno al set. Quell’immagine – tra le più famose della storia del cinema – segnò anche la fine del matrimonio. DiMaggio visse quella spettacolarizzazione del corpo della moglie come un’umiliazione intollerabile.
Nel 1955 prese una decisione rivoluzionaria: lasciò Hollywood e si trasferì a New York per studiare all’Actors Studio con Lee Strasberg. Fu un gesto coraggioso, quasi scandaloso per una star del suo livello. Marilyn voleva dimostrare di essere un’attrice autentica. Fondò anche una propria casa di produzione, sfidando il sistema degli studios. Per una donna degli anni Cinquanta era un atto di straordinaria indipendenza.
Da quella fase nacque “Fermata d’autobus”, probabilmente la sua interpretazione più sottovalutata. Nel personaggio della fragile cantante Chérie emergeva finalmente una dimensione nuova: malinconica, stanca, profondamente umana. François Truffaut scrisse che Marilyn possedeva qualcosa “tra Chaplin e James Dean”. Non era un’esagerazione. Come Chaplin, trasformava il dolore in grazia comica; come James Dean, emanava una vulnerabilità contemporanea, quasi autodistruttiva.
In quegli anni conobbe Arthur Miller, il più importante drammaturgo americano del tempo. Il loro matrimonio sembrò l’unione impossibile tra intelligenza e sensualità, tra letteratura e cultura popolare. La stampa li inseguì con feroce curiosità. Molti ironizzavano sul fatto che un intellettuale raffinato potesse amare una diva considerata superficiale. In realtà, Miller vedeva in Marilyn una creatura molto più complessa di quanto il pubblico immaginasse. Ma anche quella relazione finì lentamente soffocata dalle incomprensioni, dalla depressione, dalla dipendenza da farmaci.
Nel frattempo, sullo schermo, Marilyn raggiungeva il vertice assoluto della propria arte. “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder, nel 1959, resta una delle più grandi commedie della storia del cinema. La lavorazione fu infernale: ritardi, crisi di panico, amnesie, insicurezze. Eppure, davanti alla macchina da presa, Marilyn sembrava toccata da una forma misteriosa di perfezione. La sua Sugar Kane è insieme irresistibilmente comica e tragicamente fragile. Quando canta “I Wanna Be Loved by You”, con quella voce sospesa tra innocenza e desiderio, il personaggio diventa il riassunto perfetto dell’intera sua esistenza: una donna che chiede amore mentre il mondo la trasforma in fantasia erotica.
L’ultimo grande film fu “Gli spostati”, scritto da Arthur Miller e diretto da John Huston. Un’opera crepuscolare, attraversata da un senso di fine imminente. Marilyn vi appare diversa: più vera, più vulnerabile, quasi consumata interiormente. Il bianco e nero di Russell Metty registra ogni ombra del suo volto come un documento emotivo. Sul set, l’attrice era ormai allo stremo. L’abuso di barbiturici e alcol, l’ansia cronica, la depressione, la paura di non essere più amata stavano devastando la sua vita.
Dopo “Gli spostati”, tutto precipitò. Il divorzio da Miller. Il ricovero in una clinica psichiatrica vissuto come un trauma. Il ritorno di Joe DiMaggio, che tentò di proteggerla. I rapporti chiacchierati con John Fitzgerald Kennedy e Robert Kennedy. Le assenze sul set di “Something’s Got to Give”. E infine quella sera del 19 maggio 1962, al Madison Square Garden, quando Marilyn apparve davanti a migliaia di persone per cantare “Happy Birthday, Mr. President” a Kennedy. Avvolta in un abito color carne tempestato di cristalli, sembrava contemporaneamente una dea e un fantasma. Era già diventata leggenda mentre era ancora viva.
Morì nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, nella sua casa di Brentwood, a Los Angeles. Aveva trentasei anni. La causa ufficiale fu “probabile suicidio” per overdose di barbiturici, ma attorno alla sua morte nacquero immediatamente sospetti, teorie, ossessioni collettive. Ancora oggi, il mistero continua ad alimentare libri, documentari e congetture.
Ma forse il vero enigma non riguarda la sua morte. Riguarda la sua permanenza. Perché Marilyn Monroe non è scomparsa insieme al suo tempo. Al contrario, sembra diventare più contemporanea con il passare dei decenni. Il maestro della Pop Art Andy Warhol la trasformò in icona seriale, riproducendone il volto come un prodotto industriale e insieme sacro. La cultura pop ne ha fatto un simbolo assoluto. Ma ogni generazione continua a ritrovare in lei qualcosa di diverso: l’emblema del desiderio maschile, la vittima del patriarcato hollywoodiano, la donna che cercò di emanciparsi dal proprio stereotipo, l’artista fragile divorata dalla fama.
Forse il motivo della sua immortalità sta proprio nell’impossibilità di ridurla a una sola definizione. Marilyn era contemporaneamente autentica e costruita, intelligente e infantile, fortissima e fragilissima. Era una donna che aveva compreso il potere dell’immagine meglio di chiunque altro, ma che non riuscì mai a proteggersi da quel potere. Lo scrittore Truman Capote, che la conobbe davvero, scrisse di aver visto in lei “una bellissima bambina”. È probabilmente la descrizione più esatta. Dietro il mito, dietro la sensualità perfetta, dietro il sorriso da copertina, c’era una bambina che non smise mai di sentirsi abbandonata. (di Paolo Martini)
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