Gli studenti studiano peggio e in meno tempo rispetto a 5 anni fa: l’allarme degli insegnanti. Ricerca AIE

C’è un dato che attraversa silenzioso l’indagine dell’AIE, e che meriterebbe di aprire ogni discussione sulla scuola italiana. Non riguarda l’intelligenza artificiale, né i QR code, né le piattaforme didattiche. Riguarda qualcosa di più elementare e insieme più profondo: la convinzione, diffusa tra i docenti, che gli studenti oggi imparino peggio di cinque anni fa.
Il rapporto “Il valore del libro di testo nella didattica d’aula e nello studio a casa. Quando l’IA entra in classe”, presentato a fine maggio alla Camera, è stato condotto su un campione rappresentativo di 3.399 insegnanti di primaria e secondarie. Ebbene, sommando le risposte “leggermente peggiorati” (33%) e “peggiorati” (34%), si arriva a un 67% di docenti che registra una flessione negativa. Solo un insegnante su dieci parla di miglioramento. Il resto vede una situazione stazionaria.
Ma cosa intendono, quando parlano di “peggioramento”? La ricerca ha chiesto loro di indicare le cause principali, e le risposte disegnano una sequenza preoccupante. Al primo posto, con il 72% delle segnalazioni, c’è la riduzione del tempo dedicato allo studio individuale. Non è solo una questione di distrazioni – anche se certo i telefoni hanno il loro peso – ma di abitudine al lavoro domestico che si è erosa. Al secondo posto, segnalato dal 58% degli insegnanti, emerge una difficoltà crescente nell’affrontare testi complessi. Non si tratta di analfabetismo funzionale, ma di una fatica specifica nel seguire un ragionamento articolato, nel tornare indietro a rileggere un paragrafo, nel tenere insieme più concetti.
E poi c’è l’IA. Il 36% dei docenti indica tra i fattori di peggioramento “l’utilizzo di strumenti di IA per svolgere i compiti assegnati a casa”. Non è un giudizio moralistico: è una constatazione operativa. Quando uno studente può ottenere in pochi secondi un riassunto o uno svolgimento, la fatica di comprendere viene aggirata. E la fatica, si sa, è il motore nascosto dell’apprendimento.
Questo quadro, a prima vista, sembrerebbe condannare anche il libro di testo – strumento tradizionale, lineare, lento. E invece l’indagine restituisce una sorpresa. Nonostante la percezione generalizzata di peggioramento, il 90% degli insegnanti afferma che l’organizzazione dei contenuti nei libri di testo e nei materiali collegati è “molto” (36%) o “abbastanza” (54%) funzionale alle attuali modalità e tempi di apprendimento della propria materia. Tradotto: i ragazzi studiano peggio, ma la struttura del manuale non c’entra. Anzi, tiene.
C’è una lettura possibile, forse la più realistica. Il libro di testo – con le sue mappe, le sue scansioni, i suoi apparati didattici – rappresenta per molti insegnanti uno strumento di compensazione. Di fronte a studenti che hanno meno pazienza e meno dimestichezza con i testi lunghi, il manuale offre un percorso guidato. Non è la causa del problema, semmai un tentativo di arginarlo. Il rapporto AIE lo segnala senza fanfare, ma il messaggio è chiaro: il peggioramento c’è, ed è serio. Ma togliere il libro di testo, per i docenti, significherebbe togliere una ancora.
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