Giro d’Italia, a Milan l’ultima tappa dei Fori imperiali. Ma il nome della Rosa è Vingegaard
A proposito: parlando di Vingo è d’obbligo parlare anche di Tadej. Ovvio che lo sloveno, fortissimo anche nelle classiche monumento (13), è di una caratura superiore perché dominante su tutti i terreni. Il danese però ha dimostrato, qui al Giro, di essere l’unico grande scalatore che può batterlo. E lo può fare anche al Tour, come ha dimostrato nel 2022 e 2023. Ricordiamo che poi, in mezzo, c’è stato l’infortunio di Jonas ai Paesi Baschi cche lo ha pesantemente frenato nelle ultime due stagioni. Ora però la maglia rosa sembra tornato al top. Quindi la sfida che vedremo al Tour sarà molto intrigante. Un Pogacar che stravince, per quanto magnifico, alla ffine stanca. Come il caviale o il tartufo. Un rivale altezza, come il Re Pescatore, aumenterà anche la qualità del menù.
Di Vingo è piaciuta anche l’attenzione per gli altri. Come ha dimostrato in Friuli, nella magnifica tappa di Piancavallo, ricordando le vittime del terremoto. Non sono cose scontate, ci vuole una certa sensibilità, che non tutti hanno. Di quella tappa molto bello anche il doppio passaggio che ha permesso, a chi c’era, un doppio spettacolo. Un esperimento, che a suscitato entusiasmo, che va ripetuto.
Il Giro, pur dominato dalla maglia rosa, non è mai stato brutto o noioso. Anche nelle tappe meno significative. Il problema però sono gli italiani: nonostante le imprese di Ballerini, Ganna e Bettiol, più l’utimo sprint di Milan, nel complesso siamo andati così male. Lo stesso Ciccone, generoso quanto si vuole, bravissimo nel conquistare la maglia azzurra degli scalatori e anche (una volta) la maglia rosa, resta un outsider. Bravo certo a conquistare qualche traguardo di giornata, ma poi, dopo il lampo, torna il buio. La luce si spegne. Come quella di Giulio Pellizzari. Va bene il virus, ma non regge la pressione. La sua squadra forse ha sbagliato a dargli i gradi di capitano, ma insomma eravamo al Giro d’Italia. C’è qualcosa che non va, bisogna che Giulio stesso affronti il problema.
Ci restano l’ottavo posto di Davide Piganzoli, 23 anni, per il momento gregario di Vingegaard, e l’ottimo Damiamo Caruso che, con i suoi 38 anni, ha ribadito d’aver fatto il suo ultimo Giro di giostra.
Come nel calcio, siamo all’anno zero. Mai successo che al Giro il primo italiano lo si trovasse all’ottavo posto. Bisogna svegliarsi in fretta e smetterla di consolarci con le fughe coraggiose e le “belle imprese “di giornata. A parte Ganna, però specialista, non abbiamo più campioni. Il nostro movimento è residuale. Viviamo di ricordi, di un glorioso passato che fa apparire vecchio uno sport, come quella della bicicletta, molto praticato invece anche dai giovani. Abbiamo due squadre, Polti e Bardiani, che reggono con sacrifici enormi il confronto con i Dream Team da quaranta milioni. Ma ci consoliamo. come hanno fatto in tv il presidente della Federazione, Cordiano Dagnoni, e quello della Lega, Roberto Pella, con la passione del pubblico e la bellezza del paesaggio. Quanto sei bella Roma, d’accordo. Ma per il resto c’è da stare poco allegri.
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