Approfondimenti – Downtempo – L’età d’oro della musica in bassa battuta :: Gli Speciali di OndaRock
Spesso si dice trip-hop quando si intende downtempo, e viceversa. Il trip-hop, tuttavia, aveva Bristol, con una voce e un’estetica riconoscibile. Il downtempo non aveva niente di tutto questo: nessuna città d’origine, nessun manifesto. Cresceva ai bordi delle notti di Ibiza e nei club tedeschi di elettronica sperimentale, si moltiplicava su etichette sparse tra Francoforte, Tokyo e le due coste americane, facendosi ascoltare in contesti che oggi spesso non esistono. Eppure, a distanza di trent’anni, è forse il genere che ha restituito meglio di altri lo spirito di fine millennio: non la malinconia di Bristol, non l’ansia futurista della techno, ma qualcosa definito da una sola regola implicita: rallentare il ritmo. Tutto il resto era permesso. Sotto la stessa drum machine convivevano percussioni africane e Idm cristallino, hauntologia e nu-jazz, drone e melodia cangiante, senza che nessuno chiedesse giustificazioni. I dieci dischi qui sotto appartengono a quella zona.
Parliamo di opere e artisti interessati alla temperatura complessiva, alla tenuta di un basso figlio della tradizione dub, alle esecuzioni che paiono un trip di campionamenti e pad. Sweetback, formazione nata da una costola di Sade, costruisce nel 1996 qualcosa che sfugge a una sola etichetta. Yoshinori Sunahara porta invece il tempo lento verso il futurismo elettronico, senza la nostalgia da vinile che pesava su buona parte della produzione occidentale. Tra questi estremi lavorano 310, duo tra Seattle e New York che mescola strumentazione etnica, droni e breakbeat su nastri scambiati per posta; Conjoint, ensemble di Heidelberg fondato da David Moufang che con Karl Berger porta il downbeat verso il jazz strumentale; Mappa Mundi, duo belga il cui unico disco, inciso nel 1990 su USA Import, anticipa di qualche anno l’intera grammatica del collage sonoro.
Il centro geografico di questa selezione non esiste: 310 si muove tra le due coste americane, Futique esce su Instinct Records, Pilgrims Of The Mind arriva dall’underground di Vancouver, gli Starseeds dalla Germania, Sunahara nasce in Giappone. Elektrolux, dove confluisce The Sushi Club, resta il nodo più compatto: una label tedesca specializzata nel chillout cosmico. Molti di questi titoli non hanno mai avuto una distribuzione capillare; alcuni sono rimasti praticamente introvabili per decenni, come il disco dei Mappa Mundi, recuperato da Midnight Drive nel 2019, o quello di Pilgrims Of The Mind, uscito su vinile solo nel 2022. L’arco temporale va dal 1990 al 2001: undici anni in cui il tempo lento ha trovato la sua forma e l’ha declinata in ogni direzione possibile.
310 – AUG 56 – 1997

Muovendosi tra Seattle e New York, Joseph Dierker e Tim Donovan sono amici dal liceo. Si scambiano nastri per posta, ognuno stratifica sulla traccia dell’altro e, una volta chiusa la busta, non sanno come andrà a finire. Partendo dall’hip-hop strumentale per giungere a droni ambient, i due esplorano il downbeat con il savoir-faire di chi sta studiando musica concreta. Dal substrato di bordoni e inquietudini emergono bagliori e ritmi evanescenti, articolati così da rendere “AUG 56” un disco da vivere come un’unica traccia, spezzettata e tenuta insieme da un minimo comune denominatore: il loop. Sezioni dilatate si ripetono nell’etere di una prospettiva hauntologica, ognuna seguendo la propria traiettoria su una nebbia persistente. Attraversando post-rock, ambient e dub, i 310 assorbono e trasformano in downtempo ossessiva qualsiasi cosa capiti loro fra le mani.
Conjoint – Earprints – 2000

Conjoint è un progetto fondato da David Moufang; ad accompagnarlo, il producer techno Jamie Hodge, Jonas Grossmann di Deep Space Network, il chitarrista Gunter “Ruit” Kraus e Karl Berger, pianista e vibrafonista che aveva lavorato con Ornette Coleman, Don Cherry e George Clinton. Il ruolo di Berger è determinante: nu-jazz e tempo lento trovano la loro anima in un viaggio blue note dove l’irregolarità jazz si sposa con le reminiscenze glitch della drum machine. Lo strumento a percussione si perde tra le flebili manipolazioni dub, richiamando Jan Jelinek e Kit Clayton tanto quanto Miles Davis e Tortoise. Muovendosi come bossa nova per marziani, “Earprints” è un disco fumoso e minimale, dove pochi elementi si muovono in un vuoto asciutto e opaco, a tratti malinconico, altrove pregno di sobria vitalità. Un collettivo per metà umano e per metà macchina.
Futique – Luv Luv – 1996

I Futique sono Taylor Deupree e Savvas Ysatis; i due si incontrano nel 1993 e costruiscono un sistema di alias multipli, di cui Futique per il territorio intermedio tra trip-hop, dub e jazz. “Luv Luv” è il debutto del progetto, uscito per Instinct, etichetta new-yorkese con una divisione specificamente dedicata all’ambient, di cui Deupree era art director. La proposta è a cavallo tra downbeat e psichedelia sghemba, con ritmi jazz e melodie al limite della jam funk. Il corpus vive tutto sul basso, vera colonna portante di una struttura leftfield per stati alterati: il resto è tutto in sospensione. La cura del suono trova spiegazione anche nel lavoro parallelo dei due: già autori della colonna sonora per la Tower Of Winds a Yokohama, la struttura architettonica famosa per i rivestimenti che reagivano al rumore e al vento circostante. Un aneddoto che li inquadra nel territorio di confine tra architettura sonora e musica da ascolto.
Ingleton Falls – Champagne In Mozambique – 1993

Andy Eardley e Andy Seymour venivano da un gruppo rock di Newcastle e Ingleton Falls era il loro progetto elettronico parallelo, nato per manifestare il loro amore per Dub Syndicate, African Head Charge, Orb e KLF. Registrato su un Atari ST caricato da floppy disk, “Champagne in Mozambique” uscì in sole cento copie su cassetta autoprodotta, praticamente introvabile fino alla ristampa di Isle Of Jura nel 2018. Il disco è diviso in due lati, “Unaware” e “Aware”, che corrispondono a due stati d’ascolto: il primo più mosso e balearico, il secondo dubby e meditativo, costruito su ritmi essenziali, strumenti riverberati e campionamenti vocali che si dissolvono nel mix. È una musica fatta di delay accumulati, dove la grana del nastro è parte viva, che trova forti somiglianze con la poetica diy (do-it-yourself) e lo-fi. Chiude “Inside Yer Head”, viaggio ritmico con un parlato che recita: “inside your head, exercise the muscles of your mind and imagination, listen to it”.
Mappa Mundi – Musaics – 1990

Pieter Kuyl e Jan Van Den Bergh, Belgio, unico disco pubblicato nella loro carriera. L’idea alla base è nel titolo: “Musaics” come mosaici musicali, costruiti assemblando dischi in tempo reale, dal vivo in studio, in sei sessioni notturne tra l’ascolto, la registrazione e il montaggio. Van Den Bergh ha descritto il metodo nelle liner notes della ristampa: “per amore della spontaneità ci siamo limitati a un minimo di manipolazione, per lasciare che i singoli elementi reagissero liberamente tra loro”. Il materiale campionato spazia da Bill Nelson a Laraaji, da David Byrne a Popol Vuh, con una componente aleatoria sulla costruzione: l’hardware produce esiti inaspettati, accolti nella loro imprevedibilità. La grammatica del collage anticipa l’opera di Dj Shadow, ma in un contesto vicino al new beat degli anni Ottanta, al world music dell’ambient tribale e alla rave culture suonata a velocità dimezzata.
Pilgrims Of The Mind – What’s Your Shrine? – 1997

Stéphane Novak è di Montreal, dove si era formato come musicista jazz prima di spostarsi a Vancouver nei primi anni Novanta. Aveva l’abitudine di cercare campionamenti su dischi di yoga e su vecchie registrazioni etniche, e tutto il materiale confluiva in un unico studio domestico chiamato “A Shrine Along The Way”: il nome da cui viene quello dell’album. Muovendosi tra sample di fiati, stratificazioni ritmiche ed eclettismo sintetico, il disco è figlio di una Vancouver artisticamente prolifica ma chiusa su sé stessa: uscito nel 1997 e rimasto sepolto fino a quando Heels & Souls lo ha ristampato su vinile nel 2022. “What’s Your Shrine?” attraversa senza iconoclastie ogni territorio della sala chillout: pur profondamente ritmato, fluttua tra dub, storture breakbeat, jazz, progressive house e sequenze baleariche. Dal brio funky alla malinconia, passando per escursioni euforiche progettate per il dancefloor.
Starseeds – Parallel Life – 1997

Dopo avere mosso i primi passi a Monaco, Regina Dannhof e Alex McGowan si erano trasferiti a Londra, partendo come band rock, mentre parallelamente registravano materiale elettronico sperimentale. Una cassetta finì nelle mani di Waveform Records, che inserì una loro traccia nella compilation “Two AD” e poi commissionò un album. Quando il disco fu pronto, Waveform aveva tuttavia cambiato idea. Millennium Records lo prese nel giro di poco tempo: “Parallel Life” arrivò al primo posto nelle classifiche universitarie americane; la title-track era già circolata su un dischetto allegato alla rivista Future Music prima ancora dell’uscita, e definisce un album etereo ed essenziale, suadente e intimamente sci-fi. Attraversando occidente con un occhio di riguardo per il sampling orientale, la proposta è un vaporoso downbeat con voci femminili sussurrate e bassi dub, che sovente trova forte parentela con post-rock e ambient techno.
Sushi Club – Sushidelic – 1999

Sushi Club è il progetto di Tomio Tremmel, tedesco di origini giapponesi. Ha iniziato a suonare da giovanissimo, poi la scena hip-hop di Heidelberg e il club Omen di Francoforte come porta d’ingresso alla techno e al downtempo. I riferimenti dichiarati sono Pink Floyd, Yello, Future Sound Of London e Orbital: un abbecedario che spiega l’attitudine trippy e progressiva. “Sushidelic” esce nel 1998 su Elektrolux e diventa uno dei titoli di punta dell’etichetta. Il disco è legato a SpaceNight, il programma televisivo che trasmetteva filmati NASA ed ESA su musica ambient: Tremmel vi contribuisce sia musicalmente che visivamente. I titoli delle tracce sono tutti nomi di pietanze giapponesi; l’opera si muove tra Idm acquatica e ottimismo elettronico di fine millennio, producendo atmosfere soffici su un tappeto ben costruito di percussioni limpide e penetranti.
Sweetback – Sweetback – 1996

Sweetback è il progetto di Matthewman, Hale e Denman, i tre strumentisti di Sade, senza Sade Adu. Il gruppo prende il nome dal film di Melvin Van Peebles del 1971 e nasce durante la pausa seguita al Love Deluxe World Tour del 1994. Il progetto prende forma da mesi di scambio di nastri tra i tre prima di entrare insieme in studio: Matthewman lavorava dal proprio studio new-yorchese Cottonbelly, dove aveva già collaborato al debutto di Maxwell, la cantante neo-soul Amel Larrieux dei Groove Theory, il che spiega la sua presenza come ospite. Loro stessi chiamano la loro proposta “global soul music”: Maxwell e la rapper di Philadelphia Bahamadia portano le voci, il resto è strumentale, costruito su frequenze dub, sassofono noir più tastiere notturne e contemplative. Quello del trio è un ritmo sensuale e caldo, vicino all’r&b così come al trip-hop da tre di notte, suonato con precisione chirurgica.
Yoshinori Sunahara – Lovebeat – 2001

Il giapponese Yoshinori Sunahara suona nel gruppo technopop Denki Groove dal 1991 al 1999 con l’alias Marin. I tre album solistici precedenti erano costruiti attorno alla sua ossessione per l’aviazione, e “Lovebeat” è un cambio di direzione: due anni di lavorazione nel momento esatto di passaggio tra il calore analogico e l’algoritmo digitale. Sunahara registrò il materiale digitale su nastro analogico per farlo maturare prima del missaggio: voleva una texture che il codice binario da solo non riusciva a dare. Il risultato mantiene la struttura della scena techno ma ne elimina l’oppressione, traslando la grammatica verso territori luminosi, quasi electro e microhouse. Meccanicamente cadenzato, inesorabile come un robot in marcia, l’opera vive di sintetizzatori essenziali e cristallini, con la macchina di ripetizione che diventa monolitica e tellurica. Downtempo nelle intenzioni, cibernetico e futurista nei fatti.
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