Champions league, il giorno della finale: Psg-Arsenal è la sfida spagnola tra due visionari diversi
Budapest – Quelli dell’Arsenal giocano a fare degli strani girotondi, tutti si tengono per mani, Arteta incluso, formando due cerchi che d’improvviso si aprono e si richiudono, come una specie di danza rituale. Quelli del Psg giocano di fino, si tolgono lo sfizio di gareggiare a chi fa il pezzo di bravura più clamoroso, mentre Luis Enrique sta seduto sopra un pallone e li guarda quasi intenerito. Ridono tutti, quelli dell’Arsenal e quelli del Psg, come se questa finale di Champions non desse alcun peso, né a chi ambisce a fare la storia vincendola per il secondo anno di fila né a chi vuole entrare a farne parte visto che non l’ha vinta mai.

A bordo campo c’è Henry che osserva, col cappellino dell’Arsenal sul capo, testimonial in carne ossa della squadra inglese più francese che ci sia sempre stata, sia per l’epocale ventennio di Wenger (che però la Champions la perse in finale contro Messi) sia per i tanti cognomi con l’accento (Vieira, Pirès, Petit, oggi Saliba) che hanno scritto il libro del club, anche se oggi sarà soprattutto una questione spagnola tra questi due allenatori molto speciali e un po’ strani, che si somigliano quasi soltanto nell’ossessione per la diversità, per l’unicità, per gli stratagemmi tattici e mentali con i quali hanno formato due squadre diverse ma straordinarie per la loro unicità, dove le stelle di primissima grandezza non ci sono (l’anno scorso Dembélé vinse il Pallone d’oro a nome di tutti, ma non è mica il giocatore più forte del mondo) e la grandezza della squadra l’hanno costruita pezzo dopo pezzo, persino con l’assenza: tre settimane fa Luis Enrique ha invitato a cena tutta la squadra per il suo compleanno ma lui non c’era, una settimana fa i giocatori dell’Arsenal hanno voluto vedere tutti assieme Bournemouth-City, la partita che ha consegnato loro la Champions, ma Arteta non c’era, è rimasto due ore a gironzolare per casa tenendo la tv spenta e il telefono lontano, finché suo figlio, metà piangendo e metà ridendo, gli ha detto che era diventato campione.
Banalizzando le diversità, Lucho è un visionario offensivista ossessionato dai dettagli, tipo i rinvii sbagliati apposta dal portiere, Arteta un visionario difensivista ossessionato da dettagli diversi, tipo il maniacale sfruttamento dei calci piazzati. «Ma anche loro segnano tanto e anche noi difendiamo bene», taglia corto Luis Enrique. Dei sei allenatori finalisti nelle tre coppe, quattro sono spagnoli, tutti nel Nord: la sua semina, il calcio la sta facendo lassù.
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