Economia

L’oro tra tensioni geopolitiche, inflazione e banche centrali


Da sempre l’oro possiede caratteristiche di copertura dall’inflazione nel lungo periodo ma non si dovrebbe interpretarlo come uno strumento di protezione meccanica, in grado di replicare mese per mese l’andamento degli indici dei prezzi al consumo. Ciò che è cambiato nel tempo è soprattutto la percezione degli investitori. Oggi l’inflazione viene considerata sempre meno come uno shock temporaneo e sempre più come un rischio ricorrente legato a politiche economiche, dinamiche fiscali e tensioni geopolitiche. Questo rende l’oro maggiormente rilevante per gli investitori che ricercano una protezione del potere d’acquisto nel lungo periodo.

Il comportamento degli investitori istituzionali riflette un contesto più complesso rispetto al passato. Nelle tradizionali fasi di rallentamento della crescita o di shock di liquidità, una parte dei flussi tende a dirigersi verso i titoli di Stato. Tuttavia, il quadro attuale appare più articolato. Quando le fonti di volatilità sono rappresentate dall’inflazione, dai deficit fiscali, dal rischio valutario o da dubbi sulla sostenibilità dei bilanci pubblici, i titoli di Stato non costituiscono più una copertura così immediata e lineare. Rendimenti elevati possono esercitare pressioni tattiche sull’oro nel breve termine ma quelle stesse preoccupazioni fiscali e inflazionistiche possono sostenerne il ruolo strategico nel lungo periodo.

Nei prossimi sei mesi ci aspettiamo che l’oro continui a beneficiare di un contesto di supporto, pur rimanendo soggetto a volatilità. I principali fattori rialzisti includono il proseguimento della domanda da parte delle banche centrali, i rischi geopolitici, le preoccupazioni fiscali, un possibile ritorno dei flussi verso gli ETF e un eventuale calo dei rendimenti reali. Sul fronte opposto, i principali rischi ribassisti sono rappresentati invece da un rafforzamento del dollaro, da rendimenti reali più elevati, da prese di profitto successive al forte rialzo registrato e da una riduzione del premio al rischio geopolitico. Su un orizzonte di 12 mesi, il nostro scenario di base resta costruttivo, pur non prevedendo un andamento lineare. L’aspetto più importante è che l’oro viene sempre più considerato non soltanto come una materia prima ma come un asset strategico di riserva. Per questo motivo riteniamo che il contesto di medio termine resti favorevole, anche in presenza di possibili correzioni significative nel breve periodo.

Un elemento centrale nel sostegno strutturale al mercato continua a essere rappresentato dalle banche centrali. Il World Gold Council ha registrato acquisti netti pari a 244 tonnellate nel primo trimestre del 2026, dopo le 863 tonnellate registrate nell’intero 2025. Si tratta di gestione strategica delle riserve e non di flussi speculativi di breve periodo. Anche se alcuni Paesi possono effettuare vendite per esigenze di liquidità o di gestione del portafoglio, la tendenza generale continua a indicare una domanda sostenuta da parte del settore ufficiale e non modifica la tendenza di fondo. Ci sembrano credibili anche le stime relative agli acquisti compresi tra 700 e 900 tonnellate per l’anno in corso. Un risultato di questa entità rappresenterebbe comunque un livello storicamente elevato e confermerebbe come la domanda delle banche centrali costituisca una componente strutturale del mercato dell’oro e non una semplice risposta temporanea alla volatilità recente.

Sul fronte valutario, nel breve termine un dollaro più forte potrebbe rallentare il processo di de-dollarizzazione nelle economie emergenti ma difficilmente ne invertirebbe la direzione nel lungo periodo. Il dollaro continua infatti a essere la principale valuta di riferimento per la liquidità globale. Allo stesso tempo, molte economie emergenti intendono ridurre il rischio di concentrazione delle proprie riserve, compresa l’esposizione ai rischi legati alle sanzioni e alle tensioni sul finanziamento in dollari. L’oro rappresenta uno strumento di diversificazione delle riserve politicamente neutrale, elemento che contribuisce a spiegare la resilienza della domanda da parte delle banche centrali.

Più in generale, il prezzo dell’oro continua a essere influenzato da una molteplicità di fattori. Tra i principali figurano i rendimenti reali statunitensi, il dollaro USA, i flussi verso gli ETF, la domanda di investimento OTC, gli acquisti delle banche centrali, i rischi geopolitici, le preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale, la domanda fisica asiatica e gli investimenti privati in lingotti e monete. Non dimentichiamo che esiste un mercato dell’oro fisico e un mercato finanziario dell’oro. Nel breve periodo è il mercato finanziario a essere cruciale nella formazione dei prezzi: futures, ETF e flussi OTC possono influenzare rapidamente il prezzo e amplificarne il momentum in entrambe le direzioni. Il mercato fisico rappresenta invece il fondamento del trend di lungo periodo. Banche centrali, acquisti di lingotti e monete e riserve strategiche sottraggono metallo al mercato, creando una domanda strutturale. I due mercati non costituiscono realtà separate: interagiscono costantemente tra loro. In questo ciclo, tuttavia, la domanda fisica ha assunto un ruolo molto più rilevante nella narrativa di mercato.

Nel contesto attuale, il dibattito tra oro e obbligazioni è inoltre destinato a rimanere centrale. I titoli di Stato rappresentano strumenti di copertura efficaci quando l’inflazione è contenuta e le banche centrali possono ridurre i tassi in modo significativo. L’oro tende invece a risultare più interessante quando i fattori di rischio riguardano inflazione, sostenibilità del debito, credibilità valutaria o tensioni geopolitiche. Poiché l’attuale scenario incorpora contemporaneamente diversi di questi elementi, è probabile che questa dinamica continui a caratterizzare i mercati ancora a lungo.

Infine, uno sguardo all’argento, che continua a presentare un profilo strutturalmente interessante, pur mantenendo una volatilità significativamente superiore rispetto all’oro. Essendo contemporaneamente un metallo monetario e un metallo industriale, può beneficiare della domanda di investimento tipica dei metalli preziosi e reagire in modo marcato ai cambiamenti dell’attività industriale. Lo scenario di medio termine resta sostenuto dalla scarsità del mercato fisico e dalla domanda degli investitori. Il Silver Institute prevede che il mercato dell’argento rimanga in deficit anche nel 2026, con un deficit strutturale in crescita a 46,3 milioni di once.

La nostra view a 6 e 12 mesi rimane costruttiva, pur mantenendo consapevolezza dei rischi. L’argento può sovraperformare nelle fasi in cui prevalgono la domanda di investimento e la scarsità sul mercato fisico anche se può subire correzioni significative in caso di indebolimento della domanda industriale, accelerazione dei fenomeni di sostituzione o prese di profitto successive a rapidi rialzi dei prezzi.

Ceo di StoneX Bullion*


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