La comunicazione dominante e Israele
27 maggio 2026 – ore 15:00 – Premessa – Mentre ero impegnato a leggere articoli, pagine di libri, riviste, a guardare e riguardare video, sottoponendo il mio vecchio, logoro e stanco portatile a sforzi esagerati, ho deciso di fermarmi: dovevo riflettere. La notte, con i suoi silenzi, concilia il pensiero profondo, la riflessione, l’introspezione. Ogni giorno cerco di sforzarmi per capire “l’altro”, ponendomi in ascolto, in piena onestà e privo di pregiudizi ideologici e/o religiosi. Questo atteggiamento, questo approccio, me lo ha insegnato una vita trascorsa in mezzo ad altri popoli, ad altre culture, in altre latitudini, in altri climi, in diverse zone di guerra e in aree prostrate e poi rinate dopo lunghi anni di conflitti. Ho imparato da tutti, anche dai cosiddetti “cattivi”, chiedendomi sempre, senza sterili pietismi, come avrei saputo reagire io in quelle condizioni, in quelle situazioni oltre i limiti. Ho sempre cercato una strada per la riconciliazione, sforzandomi di evidenziare ciò che unisce e mai di esaltare ciò che divide. Ho lavorato e continuo ad operare per qualcosa e mai contro qualcuno.
Eppure, invece della ricerca della pace, l’odio dilaga, esplodendo sulle piattaforme digitali; i giudizi sferzanti sull’altro dominano la scena, l’ostracismo verso popoli e culture viene sdoganato e sostenuto anche da frange di intellettuali. Si cerca il consenso facile, si parla con leggerezza di “guerra giusta”, distruzione e morte. Ascolto dibattiti preconfezionati, nuove versioni di sagre medievali, il “sangue mediatico” scorre a fiumi e l’audience cresce!
Oggi parleremo di questo!
LA COMUNICAZIONE DELLO STATO ISLAMICO (DAESH)
Alcuni giorni or sono Antonio Albanese, analista OSINT (Open Source Intelligence) e direttore della AGC Communication di Roma, mi ha omaggiato di un recente lavoro condotto da Dania Piccirilli, Leonardo Fabrizio e Graziella Giangiulio, link in descrizione, incentrato sulla strategia della comunicazione concepita, organizzata e condotta da menti brillanti dello Stato Islamico, meglio conosciuto come DAESH o ISIS.
Desidero proporvi alcuni brevi stralci della prefazione a questo testo, decisamente interessante, perché ci aiuta a comprendere alcuni elementi fondamentali dell’evoluzione della comunicazione della sfera jihadista globale, mentre noi, invece, siamo tutti impegnati a combatterci, a spargere sapientemente veleno, fino al punto di sconfessare e denigrare scientemente anche la nostra stessa cultura occidentale.
In particolare, si afferma che, dal punto di vista comunicativo, l’ideologia dello Stato Islamico (DAESH), nel 2025, è stata divulgata attraverso la produzione di contenuti mediatici immessi online. Tra i principali strumenti di propaganda reperiti sulla social sfera di DAESH, in maniera non dissimile all’anno precedente, troviamo riviste, come al Naba e Voice of Khorasan; artwork pubblicati e tradotti in diverse lingue, tra cui italiano, inglese, francese, spagnolo, tedesco e russo; infonotizie provenienti dall’agenzia di stampa ufficiale del Califfato (Amaq News Agency), legate ai presunti successi militari dei mujaheddin; testi che, secondo l’interpretazione di DAESH, dovrebbero spiegare il corretto modo di interpretare l’Islam; e materiale audiovisivo, da documentari a brevi video.
La novità del 2025, affermano sempre gli autori, dal punto di vista comunicativo, è rappresentata dalla proliferazione di podcast, in perfetta sintonia con le tendenze del mercato non jihadista, che vedono un incremento degli ascoltatori di podcast del 75%. DAESH, dunque, dimostra ancora una volta di essere al passo con i tempi e mostra che dietro la sua strategia comunicativa c’è una regia. Il podcast, inoltre, lo si può ascoltare ovunque e in qualunque momento; se posizionato su alcune piattaforme, gli audio possono essere ascoltati senza essere scaricati sul proprio dispositivo e anche quando la connessione non è disponibile.
La fondazione mediatica di DAESH che più di tutte ha puntato su questo strumento è Al Azaim Foundation for Media Production. La fondazione ha proposto varie produzioni in serie, in passato, tra cui “Ultime notizie sulle conquiste e i successi dello Stato Islamico in tutto il mondo” oppure la serie “Sii paziente, fratello mujahid!”. Altre fondazioni mediatiche, come Halummu Media (che pubblica e traduce in lingua inglese), attraverso questo strumento hanno proposto audioletture e interpretazioni degli editoriali di al-Naba. Lo stesso formato è stato duplicato da Revengers Media (in bengalese), la quale ha prodotto, inoltre, una serie di lezioni dottrinali rivolte a bambini ed adolescenti intitolate: “Che cosa è il Corano e a chi è rivolto”.
Incredibile!
Per la seconda parte del 2026, continuano gli autori, è plausibile aspettarsi che il podcast sarà sempre più centrale nell’industria mediatica dello Stato Islamico. Oltre alle lingue già citate, il materiale reperito online è stato tradotto e divulgato principalmente in indonesiano, urdu, tagico, russo, turco e curdo. Le lingue di traduzione del materiale di DAESH ci danno un’idea precisa di dove il Califfato voglia espandersi o arruolare nuovi adepti.
Nella seconda metà del 2025, lo Stato Islamico ha avviato una nuova campagna di reclutamento rivolta ai giovani musulmani, in modo particolare a quelli di seconda e terza generazione emigrati lontano dai territori dell’Islam. Ciò si evince dall’intensa produzione di lezioni dottrinali e raccolte di hadith1, inserite sia tra le pagine del settimanale ufficiale di DAESH, al-Naba, che vengono pubblicate attraverso podcast, artwork o libri. Materiale di questo genere, reperito sulla social sfera di DAESH, è stato tradotto anche e soprattutto nelle lingue europee, come inglese, tedesco, italiano, spagnolo e russo.
Di estremo interesse, dal punto di vista della comunicazione, è la scelta dei temi centrali del 2025, sui quali poi le case mediatiche di DAESH hanno prodotto materiali e attivato dibattiti nella social sfera.
I principali vengono riportati a seguire e hanno tutti un punto in comune: stabilire – sempre dal punto di vista jihadista – ciò che è giusto e ciò che, al contrario, è sbagliato. Vediamoli:
- Abu Muhammad al-Jawlani vs Ahmed al-Sharaa’: il cambio di regime in Siria ha spinto le fondazioni mediatiche di DAESH ad avviare varie campagne di screditamento del nuovo presidente siriano Ahmed al-Sharaa, considerato un traditore della Sharia dal momento che ha cercato la legittimità della sua posizione non nel jihad, ma nell’appoggio degli Stati Uniti e di Israele.
- Africa, roccaforte di eroi: l’incertezza della situazione mediorientale e la perdita di terreno dello Stato Islamico nei confronti della Coalizione Internazionale in Siria e Iraq hanno spinto DAESH a guardare con sempre più interesse, soprattutto nella seconda parte del 2025, all’Africa. I mujaheddin africani, attraverso i loro successi militari, rappresentano ciò che DAESH pensava perduto, ovvero un forte radicamento territoriale, un motivo di orgoglio e un modello da emulare.
- Tehrik-e-Taliban Pakistan; Sangue per Sangue: nel corso dell’anno una faida mediatica è scoppiata tra DAESH e Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), gruppo terroristico affiliato ad al-Qaeda. In questo contesto, la narrazione di DAESH si intreccia tra jihad e nazionalismo. L’accusa principale rivolta al TTP è quella di essere, appunto, dei nazionalisti che non hanno veramente a cuore la legge della Sharia e il bene della Ummah (comunità di fedeli) islamica, ma guardano esclusivamente ai loro interessi particolari, proprio come fanno coloro che hanno giurato di combattere.
- Uccideteli tutti ovunque li troviate: la guerra israelo-palestinese è rimasta il tema di fondo di tutto il 2025. Non sono mancate denunce, articoli e artwork volti ad enfatizzare la sofferenza in Palestina, a cui si aggiungono attacchi all’Occidente e l’incitamento all’uccisione degli ebrei e dei cristiani ovunque si trovino, in quanto entrambi colpevoli di essere persecutori dei musulmani e quindi rientranti nella categoria dei nemici dell’Islam.
- Antioccidentalismo: non solo Israele è il “nemico” di fondo, ma per DAESH i nemici sono anche il nazionalismo, il secolarismo, la laicità, la democrazia e il politeismo. Tutti gli Stati che propongono istituzioni diverse rispetto alla legge di Dio – secondo i canoni di DAESH – sono bersaglio costante degli attacchi mediatici di DAESH. Stati Uniti, Russia, Cina, India, Pakistan e i loro alleati sono considerati tiranni che soggiogano e umiliano i musulmani di tutto il mondo. In particolare, il mirino di DAESH è puntato sul presidente degli Stati Uniti Donald Trump e sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, simboli, per DAESH, dell’occidentalismo in senso lato.
- Il Sudan dimenticato: dopo la caduta di el-Fasher, in Sudan, sotto i colpi delle RSF (Forze di Supporto Rapido), la propaganda di DAESH non si è limitata ad attaccare soltanto l’Occidente, accusandolo di ipocrisia perché chiude gli occhi di fronte alla sofferenza dei musulmani. Sono diventati bersagli mediatici dello Stato Islamico anche i governi dei paesi musulmani stessi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti (EAU), ritenuti i principali responsabili della tragedia sudanese. La soluzione proposta dall’organizzazione terroristica DAESH è “Jihad e migrazione”. Questo è l’appello che DAESH rivolge ai musulmani di tutto il mondo, soprattutto di Libia ed Egitto, ma anche del resto del Maghreb islamico, per difendere i propri fratelli in Sudan, che si trovano costretti, inermi, tra due fuochi, due fratelli che si combattono con il sostegno di Stati esteri differenti.
Il “caso Erri De Luca”
In questi giorni, sulla stampa italiana, si è scatenata una tempesta su Erri De Luca, noto scrittore, giornalista e traduttore napoletano, stimato intellettuale, da giovane militante di “Lotta continua”. Il motivo, inizialmente, sembrava risiedere unicamente nella decisione dello scrittore di aderire all’invito a partecipare all’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, a Gerusalemme, nota manifestazione sostenuta dalla Jerusalem Foundation. Successivamente, le dichiarazioni dello stesso scrittore sulla sua concezione di sionismo e sul “presunto genocidio di Gaza” hanno determinato la deflagrazione della polemica, trasformando il tutto nel consueto “odio” e nell’immediato ostracismo verso lo scrittore, nel solco delle tecniche usate sapientemente e descritte perfettamente nei libri di George Orwell.
Ricordiamo che, per lo scrittore napoletano, “in Italia, e in gran parte dell’Occidente, oggi sionista è una maledizione. Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile… Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui (…) è già sionista per questo fatto stesso”. Non solo: lo scrittore ha parlato anche di Gaza e del discusso utilizzo del termine “genocidio”: “So benissimo cosa sia un genocidio, applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché, quando si combatte in uno spazio urbano denso (…), la popolazione paga sempre il prezzo più alto”. Per De Luca, la situazione a Gaza è sì “terribile”, ma non si tratta di un “genocidio”; al tempo stesso, lo scrittore si dice anche non disposto a condividere palchi “con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa” o a partecipare a eventi “in cui si parli di genocidio in riferimento a Gaza”.
Personalmente condivido tutto. Possiamo aprire un dibattito, un confronto anche aspro e severo, ma non mi appare accettabile lo spargimento di odio. Questo modo di confrontare opinioni e idee sta divenendo oltremodo nauseabondo e molto pericoloso.
A tutti coloro che giudicano, che pontificano dai salotti, che amano puntare il dito, certi di avere ricevuto il dono della “verità”, vorrei invitarli ad andare, tra mille posti, qualche giorno in Namibia per farsi raccontare il massacro totale delle etnie Herero e dei Nama, operato dalle forze tedesche tra il 1904 e il 1907, primo olocausto riconosciuto del ’900. Poi, agli stessi, suggerirei di fare un salto nella non lontana Repubblica Democratica del Congo, dove, ai tempi di Leopoldo II, sono stati uccisi dai belgi 10 milioni di congolesi in 23 anni, e infine recarsi nella vicina Kigali, capitale del Ruanda, facendosi raccontare lo sterminio, in poche settimane, di circa un milione di Tutsi, nel 1994, anch’esso riconosciuto genocidio dalle Nazioni Unite.
In quelle meravigliose terre ho vissuto per anni, molti anni; ho imparato, ho ascoltato, ho studiato, mi sono confrontato, ho cercato di capire.
Non ho giudicato.
Ho pregato, abbracciato, sono stato abbracciato e ho pianto!
Il doppio standard: Ben-Gvir, la flottiglia e le dichiarazioni del Presidente israeliano
Ciò che il ministro Itamar Ben-Gvir ha fatto e detto in mondovisione è orrendo, inaccettabile senza se e senza ma; tuttavia, le dichiarazioni di condanna espresse dal presidente israeliano Isaac Herzog sono state eloquenti e avrebbero dovuto essere rese pubbliche con la medesima enfasi, se fossimo in un paese davvero “democratico”.
Chiariamoci: sono perfettamente d’accordo con Alberto Heimler, illustre economista e professore universitario, che sulle pagine di Moked, portale dell’ebraismo italiano, recentemente ha dichiarato, tra molto altro: “L’esibizione del ministro israeliano per la Sicurezza Itamar Ben Gvir di fronte ai navigatori della flottiglia è stato un episodio grave e incompatibile con i principi di una democrazia liberale: un ministro che sbeffeggia e umilia persone fermate/intercettate. Si tratta di modalità più tipiche di regimi illiberali, soprattutto perché il protagonista è un uomo con responsabilità di governo, non un poliziotto qualsiasi. È chiaro che il ministro si rivolgeva al suo elettorato che lo ammira per queste sue esternazioni da tribuno del popolo; un elettorato la cui influenza culturale appare più ampia del suo peso parlamentare e, proprio per questo, i comportamenti e le posizioni di Ben-Gvir acquisiscono rilievo. E anche lui sembra esserne consapevole, come chiaramente indicato dalla presenza massiccia delle TV a ogni sua esternazione. In ogni caso, le sue intemperanze, peraltro criticate dal primo ministro, si inseriscono in un contesto più complesso”.
In relazione alle dichiarazioni di Herzog, ricordiamo che il Jerusalem Post, il 24 maggio, scriveva: “Domenica, durante la cerimonia di premiazione del Premio per l’Unità di Gerusalemme 2026, tenutasi presso la residenza presidenziale di Gerusalemme, il presidente Isaac Herzog ha descritto un processo di ‘brutalizzazione’ in corso nella società israeliana. ‘Vorrei poter parlare oggi solo di unità’, ha dichiarato Herzog, ‘ma con mio grande dolore, stiamo vivendo giorni in cui la violenza non è l’unica cosa che si manifesta. Accanto ad essa, ai margini della nostra magnifica società israeliana, si sta insinuando un terribile processo di brutalizzazione. È un processo lento e inquietante, che minaccia di entrare a far parte integrante della società israeliana, e noi non lo permetteremo’. Tra gli esempi di violenza in corso e in espansione, Herzog ha citato l’aumento del tasso di omicidi tra gli arabi israeliani, nonché la violenza causata da ‘una folla senza legge in Giudea e Samaria’. Ha inoltre fatto riferimento ai recenti atti di violenza perpetrati contro cristiani e musulmani, definendoli ‘condotte vergognose e spregevoli da parte di estremisti’. ‘Mi presento qui e dico ad alta voce: l’unità inizia con l’umanità’, ha dichiarato Herzog. ‘Preservare la dignità umana, l’immagine di Dio in ogni persona, è la condizione fondamentale per l’intero edificio che stiamo costruendo. Anche nella più giusta delle guerre, dobbiamo preservare l’immagine di Dio in noi e in ogni persona che vive tra noi o al nostro fianco’. Al termine del suo discorso, Herzog ha anche fatto riferimento al video virale della scorsa settimana in cui il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir molestava e maltrattava i detenuti della Flottiglia Globale Sumud. ‘È vietato maltrattare i detenuti, per quanto spregevoli possano essere’, ha annunciato. ‘È vietato farsi giustizia da soli. È vietato nuocere alle persone di altre fedi e ai loro simboli. E non possiamo tollerare questa brutalità che sta emergendo dai margini della nostra società e che minaccia tutti noi’”.
https://www.president.gov.il/en/president/
https://www.jpost.com/israel-news/politics-and-diplomacy/article-897160
https://moked.it/2026/05/25/prossime-elezioni-cartina-di-tornasole-in-israele/
Il rapporto finale sul 7 ottobre ignorato di fatto dai media
Alcuni giorni or sono ho voluto parlare a lungo del rapporto finale sulla tragedia del 7 ottobre, reso pubblico il 19 maggio u.s. e intitolato “Silenced No More. Sexual Terror Unveiled: The Untold Atrocities of October 7 and Against Hostages in Captivity”, redatto dalla Commissione Civile sui Crimini di Hamas contro donne e bambini, organizzazione no-profit indipendente fondata e presieduta da Cochav Elkayam-Levy, giurista esperta di diritto internazionale. Si tratta di documentazione che merita assolutamente un approfondimento, che dovrebbe suscitare un confronto, un’analisi approfondita. Invece, nulla di tutto questo. Nell’oblio, malgrado si parli di violenze contro donne e bambini inermi, di stupri e dei feroci assassinii delle milizie di Hamas!
Riflettiamoci!
Conclusione
Mentre parliamo, Israele appare avviata a nuove elezioni. Secondo diversi analisti israeliani, le prossime consultazioni rappresenteranno un test importante sull’orientamento dell’elettorato israeliano. Comprenderemo dove e come la società israeliana saprà cogliere questa occasione, quale direzione sarà scelta dal popolo israeliano, in piena libertà. In un clima caratterizzato da questo orrendo odio marcato e crescente verso gli ebrei, dobbiamo oggi difendere Israele, stare vicini oggi a Israele e a tutto ciò che rappresenta nella nostra comune civiltà giudaico-cristiana. L’alternativa è consegnarci inermi a ben altro, consentendo prima il declino e poi la distruzione di Israele e, con esso, di noi stessi.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani




