Geopolitica e crisi fossile spingono il clean-tech: commercio globale a 479 miliardi
Le tensioni geopolitiche e la volatilità dei mercati energetici non rallentano il commercio globale delle tecnologie pulite. Anzi, nel 2025 le spedizioni mondiali di prodotti legati alla transizione energetica hanno raggiunto i 479 miliardi di dollari, con una crescita annua dell’1% tra clean-tech, metalli per batterie e apparecchiature per le reti elettriche. Un rimbalzo che arriva dopo il calo del 7% registrato tra il 2023 e il 2024 e che conferma come la domanda globale di tecnologie a basse emissioni continui a rafforzarsi nonostante il ritorno dei dazi statunitensi e il peggioramento del contesto internazionale.
È quanto emerge dal report “Energy Transition Supply Chains 2026” pubblicato da BloombergNef, secondo cui il commercio transfrontaliero di tecnologie pulite continua ad aumentare mentre governi e investitori cercano di ridurre la propria esposizione alla volatilità delle filiere fossili. Negli ultimi anni le supply chain energetiche sono diventate uno dei principali terreni di scontro economico e geopolitico. Guerra commerciale, conflitti regionali, sicurezza degli approvvigionamenti e politiche industriali stanno ridisegnando gli equilibri globali della transizione energetica.
Secondo BloombergNef, proprio la fragilità delle tradizionali catene di approvvigionamento di petrolio e gas potrebbe accelerare ulteriormente la diffusione internazionale di pannelli fotovoltaici, batterie, veicoli elettrici e apparecchiature per le reti. Un elemento chiave del report riguarda proprio l’effetto della crisi mediorientale sui mercati energetici. Il conflitto con l’Iran ha contribuito a spingere al rialzo i prezzi globali dei combustibili fossili, colpendo soprattutto i Paesi asiatici e africani maggiormente dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas. Questo scenario, scrive BloombergNef, potrebbe favorire una crescita ancora più forte delle importazioni di tecnologie pulite nelle economie emergenti.
I dati storici analizzati dal report mostrano infatti una correlazione sempre più evidente: i Paesi più esposti ai prezzi dei combustibili fossili tendono ad accelerare gli investimenti in tecnologie energetiche alternative. Il caso simbolo è quello del Pakistan: nel 2022 le importazioni di moduli fotovoltaici sono aumentate del 189%, raggiungendo un miliardo di dollari, anche a causa dello shock energetico seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2025 il Paese ha installato 18,3 GW di solare distribuito, livello record sostenuto dall’aumento delle tariffe elettriche legate al costo del Gnl importato e dai frequenti blackout.
Per BloombergNef, è ancora presto per stimare gli effetti diretti del conflitto mediorientale sulla domanda globale di clean-tech, ma un segnale è già visibile: le esportazioni cinesi di prodotti strategici per la transizione energetica stanno aumentando rapidamente. “Con il protrarsi del conflitto in Medio Oriente, molti mercati stanno accelerando l’adozione di tecnologie pulite per rafforzare sicurezza energetica e resilienza”, ha dichiarato Antoine Vagneur-Jones, responsabile trade and supply chains di BloombergNef e autore principale del report. “Questo crea enormi opportunità per i produttori impegnati nell’export delle tecnologie necessarie alla transizione energetica”.

Dietro questa crescita resta però un problema strutturale: la sovracapacità produttiva globale, trainata soprattutto dagli investimenti cinesi. BloombergNef stima che oggi nel mondo esista oltre il 200% della capacità manifatturiera necessaria a soddisfare la domanda lungo l’intera filiera clean-tech. Una situazione che continua a comprimere margini e prezzi in numerosi segmenti industriali, dal fotovoltaico alle batterie fino all’eolico.
L’eccesso di offerta non riguarda più soltanto la Cina. Anche altri hub manifatturieri emergenti — tra cui India, Turchia e Sud-Est asiatico — stanno espandendo rapidamente la propria capacità produttiva, contribuendo a intensificare la concorrenza globale. Il report evidenzia inoltre i limiti delle strategie occidentali di reshoring industriale. Nonostante i massicci incentivi introdotti da Stati Uniti ed Europa per rilocalizzare parte della produzione clean-tech, BloombergNef ritiene improbabile che Usa e Ue riescano nel breve periodo a competere come grandi esportatori globali. Molti progetti annunciati negli ultimi anni stanno infatti affrontando ritardi, rallentamenti o cancellazioni a causa della domanda debole, dell’incertezza normativa e della crescente pressione competitiva internazionale.
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