Il paradosso della cultura: in Umbria piazze piene ma il settore perde ricchezza e posti di lavoro

Un’Umbria che grazie al suo sistema culturale riempie piazze, teatri e festival ma anche una regione che, rispetto al pre Covid, perde occupati e valore aggiunto. È questa la fotografia del settore che emerge dall’indagine pubblicata sabato dalla Camera di commercio dell’Umbria.
I numeri Il quadro mette in luce quello che l’ente camerale chiama «un paradosso strutturale», analizzato mettendo a confronto le edizioni del rapporto «Io sono Cultura» — realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro studi Tagliacarne e Deloitte — e le rilevazioni della Siae. Se da un lato il territorio regionale vanta un primato nazionale per densità di spettacoli, con ben 79 eventi ogni mille abitanti rispetto a una media italiana di 57, dall’altro la ricchezza prodotta e l’occupazione mostrano una contrazione nel confronto con l’ultimo anno prima dell’emergenza sanitaria. Nel 2024 il sistema produttivo culturale e creativo locale ha registrato un valore nominale di 1,049 miliardi di euro, dando lavoro a 18.882 persone. L’aumento dei prezzi, nettamente superiore alla crescita economica del comparto, ha però determinato un arretramento reale del valore aggiunto pari al 10,4 per cento tra il 2019 e il 2024. Nello stesso arco di tempo l’Italia ha segnato una crescita del 6,3 per cento, mentre gli addetti umbri del settore sono scesi da circa 21.200 a 18.882 unità, con una perdita di 2.318 posti di lavoro e una flessione del 10,9 per cento.
L’arretramento Questo andamento ha ridotto il peso della filiera sull’intera economia umbra, sceso dal 4,9 al 4,4 per cento. Si tratta di una dinamica opposta a quella nazionale, dove l’incidenza del settore è salita dal 5,7 al 5,8 per cento, e a quella di altre realtà del Centro Italia. Nello stesso periodo, infatti, in Toscana il peso della cultura sul prodotto interno lordo è cresciuto dal 5,4 al 6,1 per cento e nelle Marche è salito dal 5,2 al 5,3 per cento, mentre il Lazio ha registrato una leggera flessione scendendo dal 7,8 al 7,5 per cento. L’arretramento umbro non colpisce le attività tradizionali come lo spettacolo, il patrimonio artistico e le produzioni creative, che mantengono una buona tenuta complessiva. La contrazione si concentra nella componente legata alle tecnologie e al digitale, ambiti in cui l’attività esce dal perimetro del singolo evento e si trasforma in filiera industriale, in grado di vendere servizi, innovare e generare produttività.
Produttività A livello italiano, la crescita del sistema è trainata proprio dai comparti tecnologici e ibridi, come lo sviluppo di software, i videogiochi, l’audiovisivo e i servizi di comunicazione, oltre che dai cosiddetti professionisti creativi integrati all’interno di imprese tradizionali. In Italia questo macro-settore genera 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto, con un incremento del 2,1 per cento sull’anno precedente, e attiva indirettamente circa 302,9 miliardi di euro lungo l’intera economia nazionale. La debolezza strutturale dell’Umbria emerge dal confronto sulla produttività media per addetto, ferma a 55.555 euro l’anno a fronte dei 73.622 euro della media nazionale e dei 72.280 euro del Centro Italia. Il divario indica la presenza di imprese di dimensioni ridotte e una integrazione ancora debole tra la produzione di contenuti, il digitale, la manifattura e i servizi professionali.
Un sistema integrato Per invertire la rotta diventa quindi necessario superare la logica della singola manifestazione per costruire un sistema integrato e solido. Secondo il presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, «la vivacità dei nostri festival, la forza delle nostre sale, la densità della nostra produzione culturale devono diventare ancora di più infrastruttura, impresa, innovazione». Mencaroni sottolinea che «non basta fare cultura: occorre farla dialogare con il digitale, con i servizi avanzati, con le nuove professioni creative. È qui che si gioca il futuro della nostra competitività». L’obiettivo per l’economia locale consiste nel trasformare un patrimonio riconosciuto in un «motore strutturale di crescita, capace di generare qualità del lavoro, valore aggiunto e nuove opportunità per i giovani».
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