Lazio

così la nonna del crack gestiva la piazza di via dell’Idroscalo

Tra le foto di torte fatte in casa, le immagini di Padre Pio e i post nostalgici dedicati a Ostia, nessuno avrebbe immaginato che dietro il volto rassicurante di una pensionata di 66 anni si nascondesse, secondo gli investigatori, una delle figure chiave del narcotraffico sul litorale romano.

Nel quartiere la chiamavano “Zia Anna”, per tutti “Annarella”: una donna apparentemente qualunque che, stando alle indagini della Guardia di Finanza, avrebbe gestito per anni una delle piazze di spaccio più attive e redditizie della periferia romana.

L’alba del 20 maggio ha segnato la fine di quel sistema. I Baschi Verdi hanno eseguito ventisei misure cautelari, smantellando un’organizzazione che operava tra Ostia Nuova e Fiumicino con una struttura capillare e un mercato della droga attivo giorno e notte.

Cocaina, crack ed eroina venivano distribuiti senza sosta, con centinaia di cessioni quotidiane e una rete di vedette, corrieri e pusher pronti a presidiare il territorio.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il centro operativo era nascosto all’interno delle cosiddette “Case Rosse” di via dell’Idroscalo. Qui un semplice locale condominiale sarebbe stato trasformato in una sorta di bunker dello spaccio.

I clienti entravano da un accesso secondario, percorrevano un corridoio buio e arrivavano davanti a una piccola apertura nel muro attraverso cui avveniva lo scambio di soldi e dosi. Un sistema studiato per ridurre i rischi e proteggere l’identità dei venditori.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Roma e supportate da intercettazioni telefoniche e ambientali, descrivono un’organizzazione rigida e ben strutturata.

Al vertice, sempre lei: Annarella. Una donna che, nelle conversazioni captate dagli investigatori, rivendicava apertamente il proprio ruolo e la lunga esperienza nel controllo della piazza.

Ai collaboratori impartiva ordini continui, controllava movimenti e turni, decideva chi poteva lavorare e chi invece doveva allontanarsi per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine.

Il gruppo utilizzava anche un linguaggio in codice per aggirare le intercettazioni. La droga diventava “salmone”, le dosi venivano indicate come “uova” o ingredienti per preparare dolci.

Conversazioni apparentemente innocue che, secondo gli investigatori, nascondevano vere e proprie trattative per la distribuzione degli stupefacenti.

L’attività criminale, spiegano gli inquirenti, non si limitava ai palazzi popolari di Ostia. La rete avrebbe raggiunto anche Fiumicino e diversi punti strategici del litorale, dai bar alle fermate del trasporto pubblico, fino alle aree vicine alle scuole. Un’espansione che avrebbe garantito profitti enormi e consolidato il controllo del territorio.

Nonostante precedenti arresti e controlli, la donna avrebbe continuato a coordinare il traffico di droga affidandosi a giovani reclutati nel quartiere, spesso tossicodipendenti o disoccupati, pagati anche con dosi di sostanza.

Nelle intercettazioni emerge il doppio volto della sessantaseienne: da una parte i rimproveri quasi materni ai suoi uomini, dall’altra minacce e richiami durissimi contro chi rischiava di compromettere gli affari.

Con il blitz delle Fiamme Gialle si chiude ora uno dei capitoli più delicati dello spaccio sul litorale romano.

Un’indagine che restituisce il ritratto di una criminalità capace di mimetizzarsi nella normalità quotidiana, dietro i balconi di un quartiere popolare e i sorrisi apparentemente innocui di una “zia” conosciuta da tutti.

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