Moussa Balde si uccise al Cpr dopo un “processo di deumanizzazione”: le motivazioni della condanna
Moussa Balde si tolse la vita nel Cpr di Torino dopo avere subito un “processo di deumanizzazione”. Anche perché “non comprendeva le ragioni del trattenimento e percepiva l’isolamento come una gabbia. Il consulente ha paragonato tale condizione ad un processo di animalizzazione, richiamando dinamiche proprie del colonialismo”.
Sono i punti salienti delle motivazioni della sentenza con cui il tribunale di Torino si è espresso sul caso del giovane originario della Guinea morto suicida cinque anni fa, il 23 maggio 2021. I giudici hanno inflitto un anno di carcere all’allora direttrice del centro, Annalisa Spataro, affermando che fu “gravemente negligente” nel valutare le condizioni psicologiche del trattenuto, che aveva 23 anni. I suoi familiari si erano costituiti parte civile con gli avvocati Gianluca Vitale e Laura Martinelli, ottenendo provvisionali per un totale di 400mila euro a carico, in solido, dell’imputata e della Gepsa, la società che all’epoca gestiva il Centro di permanenza per il rimpatrio. Altre somme sono state destinate all’Asgi, all’associazione Frantz Fanon e al Garante del Comune di Torino per i diritti dei detenuti (rispettivamente 5mila, 5mila e 10mila euro).
Nelle motivazioni è contenuto un capitolo sulla “vicenda umana” di Moussa, che fu portato nel Cpr dopo avere subito un’aggressione di matrice razzista a Ventimiglia perché non aveva i documenti in regola.


I magistrati ricordano che il 23enne era stato trasferito dalla stanza 9 alla 11 a causa della presenza di escrementi di piccioni. Poi, per “comprendere le ragioni del suicidio”, richiamano lunghi passaggi delle relazioni dei consulenti di parte civile. Premesso che “la condizione di vulnerabilità di Balde è fuori discussione”, una volta nel centro, “iniziava a perdere i riferimenti della propria identità socioculturale: dai documenti risultava la provenienza dalla Guinea, dato che tuttavia non veniva ritenuto rilevante; veniva unicamente registrata la circostanza che i genitori erano in vita, senza che gli venissero poste ulteriori domande in merito al nucleo familiare. Nessun medico, psicologo o operatore legale gli chiedeva chi lo attendesse in Italia o in altri paesi né se desiderasse contattare qualcuno. Stava progressivamente entrando in un processo di de-parentalizzazionee di de-culturizzazione, con conseguenti perdita di riferimenti identitari ed una forma di deumanizzazione della persona”. È ancora: “Il mancato monitoraggio presso l’ospedaletto, anche nel giorno antecedente al suicidio, unitamente alla presenza di piccioni, contribuiva a farlo sentire invisibile. Ciò che gli generava maggiore angoscia era il senso di rifiuto da parte dei suoi pari. Il rifiuto e l’esclusione, determinati dal timore della scabbia, generavano una separazione definitiva da quella comunità provvisoria in cui l’interessato avrebbe potuto trovare accoglienza. Tale percezione di invisibilità ha contribuito in modo determinante alla scelta di compiere il gesto suicidario”.
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