Cultura

Oggi “Il dado” di Daniele Silvestri compie 30 anni

Negli anni novanta in Italia sono emersi tanti artisti capaci di destreggiarsi in contesti musicali diversi, giocando al confine tra le aree mainstream e alternative.
Nomi come Carmen Consoli, Max Gazzè, Gianluca Grignani, Neffa o Daniele Silvestri (protagonista di questa nostra retrospettiva) incarnavano bene questa figura, dove un’attitudine a seconda dei casi lontana dal mondo della musica leggera non precluse loro le porte del successo anche presso un pubblico generalista.

D’altronde si era in un’epoca in cui ciò che proveniva dal basso aveva saputo imporsi, ribaltando determinate gerarchie, pensiamo ai tanti gruppi grunge americani, agli epigoni britpop in Inghilterra e all’affermazione su vasta scala dell’hip hop.
In Italia pure si stava assistendo alla nascita e poi all’esplosione di tanti nomi legati a una scena underground, che finalmente pareva pronta a prendersi degli spazi significativi (con capofila fenomeni come C.S.I., Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica, Casino Royale, 99 Posse e tanti altri ancora.

Daniele Silvestri fra tutti rappresentava un caso particolare, perché sin da quando ebbe mosso i primi passi a livello discografico fu in grado di mostrare un grande eclettismo ma soprattutto notevole talento a livello di scrittura, idee e arrangiamenti.
Non era semplice catalogare un album di debutto come quello omonimo del 1994, valga come esempio però la splendida “Voglia di gridare”, con la quale superò agevolmente le selezioni novembrine di Sanremo Giovani che davano accesso alla gara fra le Nuove Proposte nel febbraio del ’95.

E fu proprio in quell’occasione che il suo nome, tra i frequentatori fissi de “Il Locale” (nel cuore di Roma), fucina della nuova canzone d’autore che avrebbe lanciato fra gli altri Fabi e il già citato Gazzè, creando rapporti professionali e d’amicizia duraturi nel tempo, cominciò ad essere conosciuto da una vasta platea.
Se si torna indietro a quei giorni, era francamente impossibile per Silvestri passare inosservato, considerando un brano come “L’uomo col megafono”, che il Nostro interpretò con tanto di cartelli sull’esempio del grande Bob Dylan.

L’album uscito praticamente in contemporanea col Festival lo impone così fra i più interessanti artisti emergenti: “Prima di essere un uomo” amplifica le intuizioni dell’esordio, mettendo in fila brani di volta in volta ricercati, ironici (“Y10 Bordeaux”), impegnati (la stessa “L’uomo col megafono”) e accattivanti, basti pensare a “Le cose in comune”, un’accorata dedica in salsa rap adagiata su una musica raffinata, tra swing e jazz. È un esempio lampante di quanto detto in apertura di articolo, dal momento che sarà capace di spopolare al Festivalbar, la manifestazione commerciale per eccellenza, e di vincere al contempo la Targa Tenco per la Migliore canzone singola dell’anno.

Arriviamo così al 1996, quando Silvestri diede alle stampe il suo disco più controverso ma anche più affascinante: “Il dado”, che sin dal titolo voleva porre l’accento sull’ imprevedibilità delle situazioni che ci si trova ad affrontare, sull’equilibrio precario in cui spesso ci si muove.

Anche musicalmente, allora più che con i dischi precedenti, il cantautore romano non sembra dare punti di riferimento, passando con estrema disinvoltura da uno scenario all’altro; tuttavia risulta semplice affermare come il disco sia essenzialmente rock, nella più ampia accezione del termine.
Un rock anche lo-fi per certi versi, più in linea con gente come Beck o i Pavement che non con i tanti colleghi italiani che, come detto, si stavano facendo largo nello stesso periodo. Si tratta di un album doppio, con un lato B che presenta pure delle soluzioni più sperimentali, frutto di registrazioni casalinghe a basso costo che per alcuni sono parsi un surplus prescindibile (per non dire una forzatura) nel contesto di un album che invece per il resto mostra una solida mano anche in fase di produzione, con una buona pulizia nel missaggio e un’impronta assolutamente professionale.

L’inizio con “Seguimi”, terminato il breve intro programmatico che poi ritroveremo nella ficcante title-track (“forse sono morto/ sicuro sono morto/Oppure sono nato e non mi sono accorto/Adesso posso cominciare veramente/O meglio posso non incominciare niente/Se io non esisto non esiste nulla”), mette in mostra pienamente quest’anima, tra rallentamenti iniziali che sfociano in un ritornello noise-pop, mentre già “Hold Me” cambia le carte in tavola, con la sua atmosfera retrò e l’alternanza delle liriche in italiano e in inglese, che in un climax emozionale conducono a un ritornello “rumoroso”, dal forte impatto.

“Cohiba” narra fieramente le gesta del Che ed è il pezzo più politico del lotto; al riguardo ricordo un’intensa esibizione al Concertone del Primo Maggio, purtroppo non più reperibile su YouTube

Il disco, pur essendo identificativo del suo autore, la cui peculiarità si era intravista già agli esordi, riesce in più punti a spiazzare, sia per le tematiche, a volte alquanto bizzarre (vedi “Sogno-b”, proprio su quel tipo di bisogno fisiologico), sia per le soluzioni musicali dove vengono miscelati rock, canzone d’autore (stupenda “Strade di Francia”, che mi era rimasta così tanto in testa da riconoscerne l’inizio nel pezzo portato un anno fa a Sanremo da Francesco Gabbani, vedi la suggestione dove può portare!), incursioni jazz alla Paolo Conte (nella briosa “Banalità”), ricami blues (in “Lasciami andare/Tempo 4”, dove torna l’alternanza linguistica italiano/inglese), rimasugli grunge (nel veemente brano-manifesto che intitola l’opera richiamando da vicino i Nirvana), e poi ancora tracce in cui il Nostro sonda con profitto le possibilità dell’elettronica, senza tralasciare una matrice rap che fa ancora qualche volta capolino come cifra espressiva, come nella divertente “Pino (fratello di Paolo)”, che non avrebbe certo sfigurato in un disco di Elio e le storie tese.

Non manca di certo l’ironia, che connota episodi brillanti come “Samantha”, in cui la vena narrativa e originale di Silvestri si delinea appieno, mentre “Me fece mele a chepa” mostra l’autore che nel suo peregrinare lungo la splendida Puglia ha modo di toccare temi esistenzialisti.

Certo, non tutto è ben a fuoco, penso ad alcuni brani che in effetti somigliano più a bozze su cui si poteva lavorare diversamente, ma questa cosa è assolutamente voluta in funzione di un progetto che non inseguiva la perfezione e che piuttosto si palesava in modo ondivago e precario con grande urgenza creativa, nel segno di una libertà artistica mai più così esplorata in seguito

È indubbio infatti che Daniele Silvestri non raggiungerà più queste vette di sperimentazione, nonostante in fondo avrebbe potuto permetterselo, visti i consensi crescenti di pubblico e critica.

Sporadicamente tornerà a proporre musica obliqua e sfuggente (un titolo su tutti: “Aria”, splendido pezzo sulla pena di morte portato in gara al Festival di Sanremo nel 1999) e in generale i suoi dischi, nel novero dei cantautori, risulteranno spesso sopra la media, ma a venire meno sarà il coraggio, quella spavalderia che contraddistingueva un disco come “Il dado”, che ci è sembrato doveroso, a distanza di trent’anni tondi, andare a omaggiare nella nostra rubrica.

Data di pubblicazione: 21 maggio 1996
Registrato: presso “Studio Mulinetti” di Recco e a casa Silvestri nella primavera del 1996
Tracce: 19 (11 nel Lato A, 8 nel Lato B)
Lunghezza: 44:20 + 39:02
Etichetta: BMG Ricordi
Produttore: Enzo Miceli

Tracklist
1. Intro
2. Seguimi
3. Hold Me
4. Cohiba
5. Sogno-b
6. Un giorno lontano
7. Me fece mele a chepa
8. Via col vento
9. Samantha
10. La bomba
11. Il dado
12. Tempo 1/Ready
13. Strade di Francia
14. Ma ville qui meurt/Tempo 2
15. Banalità
16. Ferrament/Tempo 3
17. Lasciami andare/Tempo 4
18. Pino (fratello di Paolo)
19. Aiutami/Rappresaglia


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »