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Sabalenka: “Dal suicidio del mio ex alla morte di papà, ho vissuto tutto ciò che si può immaginare”


Allena il tennis, ma il peso più grande lo porta dentro: la morte del padre e quella del suo ex fidanzato. Aryna Sabalenka, a 28 anni, si racconta senza filtri in una lunga e densa intervista a Vogue, che restituisce il ritratto di una campionessa segnata da due tragedie che hanno cambiato per sempre la sua vita.

La scomparsa del padre

Nel novembre 2019, quando lei aveva 21 anni, il padre, un promettente giocatore di hockey la cui carriera era stata spezzata da un incidente di moto, è morto improvvisamente di meningite: “Fino ai miei 13 anni circa eravamo benestanti”, ricorda Sabalenka, raccontando di un uomo che poi si era reinventato gestendo un’attività di riparazione auto. “Pensai ‘ca..o lo porterò io stessa all’ospedale se l’ambulanza non lo porta’. Lo hanno preso il terzo giorno ed era troppo tardi. È stato ancora più difficile per mia madre. E non mi ero accorta fino a più tardi di quanto mia sorella avesse sofferto. Eravamo entrambe le ‘bambine di papà’”, racconta, con una voce che ancora si spezza. Oggi le capita ancora di piangere, di sera, magari vedendo un video di un padre che reagisce a una vittoria sportiva di un figlio o di una figlia. “Immagino come avrebbe reagito e piango da impazzire, come se lo avessi appena perso. Poi ci sono così tanti padri nel circuito, e quando vedo un rapporto sano e un padre orgoglioso penso: ragazza, goditelo, perché non sai mai cosa può succedere. Sei così fortunata”, dice.

Il gesto estremo di Konstantin Koltsov

Nel marzo 2024 la vita le ha riservato un altro colpo durissimo: il suo ex fidanzato, il giocatore di hockey Konstantin Koltsov, è morto a Miami, dopo una caduta dal balcone dell’hotel dove soggiornava. Il caso è stato archiviato come suicidio. Sabalenka si stava allenando su campi vicini all’albergo quando la polizia le ha comunicato la notizia. “Ho litigato con il poliziotto che me l’ha detto, non riuscivo ad accettarlo”, racconta, descrivendo lo shock. Nonostante tutto, ha cercato di giocare al Miami Open, provando a non pensare all’accaduto: perse al terzo turno contro Anhelina Kalinina, spacco una racchetta e annullò la conferenza stampa dopo la partita. “Non so se ci siano dei luoghi comuni su come si dovrebbe vivere il lutto. Sento che in questa situazione non c’è una cosa giusta o sbagliato. Tutti abbiamo bisogno di cose diverse. Per me, tornare al lavoro è l’unico modo”, spiega.

“Non esiste un solo modo per elaborare un lutto”

Gli hater online hanno iniziato a criticarla per essere tornata in campo solo pochi giorni dopo. “Non so se esista un cliché su come si dovrebbe elaborare il lutto”, dice Sabalenka. “Credo che in situazioni del genere non esistano giusto o sbagliato. Ognuno ha bisogno di cose diverse. Per me tornare al lavoro è l’unico modo…” E aggiunge: “Ho 28 anni, ma a volte penso di aver già vissuto tutto quello che si può immaginare nella vita”.

“Gli allenatori mi chiamavano stupida”

Alla luce di queste esperienze, la sua storia di tennista assume un’altra luce. A 19 anni ha vinto il primo match a Wimbledon, ma fino a quel momento «molti allenatori mi dicevano che ero stupida e che l’unica cosa che sapevo fare era colpire la palla con troppa forza, che non sarei mai entrata nella top 100». Tutto cambia con un imprenditore bielorusso, Alexander Shakutin, che riconosce il suo potenziale e le fornisce il primo sostegno economico. «È stato lui a credere veramente in me – ricorda – è stato lui ad aiutarmi davvero». Da allora, la sua carriera è decollata. La fierezza che le è valso il soprannome di “Tigre” l’ha manifestata fin da bambina. “Se vedo un obiettivo, devo raggiungerlo, non esiste un’altra strada. È una parte della mia personalità che può farmi impazzire, ma può anche spingermi in modalità combattimento e aiutarmi a giocare con passione. Sono due facce della stessa medaglia”, spiega. Ed è proprio questa miscela di istinto e aggressività a spiegare, almeno in parte, sia i quattro trionfi negli Slam sia le quattro finali major perse.

“Mi lasciavo travolgere dalle emozioni”

Sabalenka ammette di aver avuto a lungo un rapporto complicato con le emozioni. “Mi lasciavo travolgere dalle emozioni continuamente. Non avevo alcun controllo. Potevo dominare la partita e poi impazzire completamente e buttare tutto via. Sapevo di avere un problema”, dice. Per questo ha lavorato con una psicologa dai 18 ai 24 anni, in un percorso che lei stessa definisce trasformativo. Oggi la numero 1 del mondo non considera più il carattere focoso un difetto in assoluto. “Quando ero più giovane mi emozionavo e poi mi arrabbiavo con me stessa per essermi emozionata. Ora capisco che va bene lanciare la racchetta. Va bene urlare qualcosa. Va bene perdere il controllo se senti di trattenere troppo dentro di te. A volte hai solo bisogno di lasciar andare tutto, svuotarti, così da poter ricominciare e continuare la partita. Sì, a volte sembra brutto e terribile, ma ne ho bisogno per restare mentalmente dentro al match”, spiega.

“Ho imparato ad accettare le sconfitte”

La bielorussa è rilassata e autoironica fuori dal campo, ma in partita resta una combattente assoluta. Lo ha dimostrato anche a Madrid, dove ha perso contro la statunitense Hailey Baptiste dopo aver mancato sei match point. “La notte sognavo uno scambio, poi mi svegliavo e ripensavo a quell’occasione mancata”, ha raccontato, spiegando quanto le sconfitte continuino a pesare anche ora che è stabilmente in cima al ranking. Per Sabalenka, però, proprio il dolore per le battute d’arresto è parte del mestiere. “Capire ad affrontare le sconfitte è il risultato di un processo di apprendimento. Se non mi importasse davvero e dicessi semplicemente: ‘Vabbè, passiamo alla prossima’, non imparerei nulla. Questo è l’aspetto difficile dell’essere atleta: non puoi vincere sempre. Ma è anche la bellezza dello sport. Se qualcuno vincesse tutto, non sarebbe poi così divertente da guardare”, dice.

I progetti di matrimonio con Georgios Frangulis

Nel racconto trovano spazio anche le critiche legate alla provenienza bielorussa e alla guerra in Ucraina. “So che non è qualcosa di personale. Stanno mandando un messaggio. Ma è stato difficile ricevere tutto quell’odio dalle persone nel circuito. Un allenatore è impazzito con me, dicendo che ero io a lanciare le bombe”, racconta. “È ovvio che voglio la pace per tutti. Non voglio che questa guerra esista. Dovrebbero sedersi a un tavolo e risolvere tutto con i negoziati. Ma penso anche che lo sport sia una piattaforma e un luogo dove possiamo unirci, non combattere gli uni contro gli altri come se avessimo una nostra guerra personale”, aggiunge. Nel mezzo di tutto questo, è entrato nella sua vita Georgios Frangulis, imprenditore greco-brasiliano: “Vedo un po’ di mio padre in lui, e adoro questa cosa”, racconta, mentre i due stanno già progettando il matrimonio in Grecia nell’estate 2027.


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