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Sinner: “Mi chiamano robot? Non mi dispiace. Le vittorie di oggi nascono dalla sconfitta di Parigi”

Jannik Sinner ha concesso un’intervista a L’Equipe dopo la vittoria nel torneo di Montecarlo, lo scorso 12 aprile. E ha raccontato che il segreto di questo suo momento trionfale va rintracciato nella sconfitta nella finale del Roland Garros 2025, dove Carlos Alcaraz lo ha battuto dopo avergli annullato tre match point: «Sarebbe una bugia dire che è stato facile voltare pagina – ammette il n. 1 al mondo – ma, come sempre, ho cercato subito di guardare avanti, come faccio anche quando vinco. Ed è così che sono riuscito a trionfare a Wimbledon subito dopo. Ma ho imparato grandi lezioni da quella sconfitta a Parigi. E me sono uscito con una certezza: quella di poter giocare bene sulla terra battuta”.

La copertina dell'Equipe dedicata a Sinner

La copertina dell’Equipe dedicata a Sinner 

Il paragone con i robot non gli dispiace

Pochi trionfalismi, tanta disciplina: «Ho l’immagine di un giocatore senza emozioni», ammette, «ma è perché sono molto concentrato su quello che devo fare». Quando chiedono a Sinner del paragone con un robot, non si sottrae: «Non trovo che il termine sia dispregiativo. È così che funziono. Cerco sempre di essere il più preciso possibile, di giocare il colpo giusto al momento giusto».

Il peso del lavoro

Sinner rivendica un metodo quasi artigianale, costruito sulla ripetizione e sulla cura dei dettagli. «Questo richiede una condizione fisica e mentale eccezionale. È per questo che mi alleno: per essere il più preparato possibile nei momenti importanti del match», dice. La sua non è soltanto una mentalità da campione, ma una vera filosofia di lavoro. In questa visione conta molto anche la famiglia. «Sono persone molto semplici, che hanno sempre lavorato durissimo», racconta parlando dei genitori. «Da piccolo vedevo i miei genitori solo la sera e molto presto al mattino. Ci sono state tante cose per cui ho dovuto cavarmela da solo, e credo davvero che questo mi abbia fatto crescere».

La lezione dei genitori

Il modello che Sinner porta con sé è quello di casa. «Quello che mi ha colpito dell’educazione dei miei genitori è che, indipendentemente da quello che succedeva al ristorante, tornavano sempre a casa con il sorriso», spiega. È da lì che nasce il suo modo di stare nel tennis e nella vita: «Nel tennis ci sono giorni buoni e giorni cattivi. Ma quando esco dal campo torno a essere una persona normale e cerco di essere felice con quello che ho». Anche per questo, dice, prova a vivere nel presente: «Vivere nel presente, senza guardare troppo avanti o troppo indietro, facendo sempre del mio meglio: è questo che ho imparato dai miei genitori». È una frase che riassume bene il suo profilo pubblico, sempre composto, sempre essenziale, anche quando il circuito lo mette al centro di tutto.

Italia, Monaco e identità

Pur vivendo a Monaco, Sinner ribadisce il legame con l’Italia. «Se ho scelto Monaco è per la tranquillità che trovo qui», spiega, «ma devo anche dire che le strutture sono perfette». E aggiunge: «Certo, la mia famiglia mi manca. I miei nonni invecchiano e vorrei poterli vedere più spesso». Il punto, però, è un altro: «Se fossi rimasto ad allenarmi a casa non sarei stato nelle condizioni ideali per diventare il miglior giocatore possibile». In questo equilibrio tra sacrificio e appartenenza c’è una delle chiavi della sua carriera. E non a caso insiste ancora sulla sua identità: «Sono fiero di essere italiano».

Dopo la tempesta clostebol

Nel racconto c’è anche lo spazio per la parte più delicata: la sospensione e il caso clostebol. Sinner non si nasconde: «Non direi che mi abbia necessariamente cambiato. Però mi ha fatto capire un paio di cose». E ancora: «È stato un episodio duro da vivere, perché ho dovuto pagare il prezzo di un errore che non era mio». La reazione, però, è stata immediata: «Una mattina mi sono svegliato con l’idea di trasformare tutto questo in qualcosa di positivo». Poi la sintesi più netta: «Nulla accade per caso. E sono convinto che tutto questo mi abbia reso una persona più forte».

Dove può arrivare Sinner

Sul futuro, Sinner non si pone limiti ma nemmeno illusioni. «Non credo che si possa essere al 100% del proprio potenziale a 24 anni. L’ambizione è arrivarci tra qualche anno», dice. E descrive anche il giocatore che vorrebbe diventare: «Un giocatore che serve molto bene. Aggressivo, ma allo stesso tempo capace di leggere ogni situazione». Per ora, intanto, il presente dice dominio e responsabilità. Montecarlo ha rafforzato l’idea che Sinner non sia soltanto il leader del ranking, ma anche il volto più credibile di un’epoca. E lui, come sempre, preferisce riassumere tutto con il lavoro: «Ogni giorno ho cercato di alzare l’asticella».


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