Le parole e i silenzi di Sinner, il trionfo di Svitolina
Jannik Sinner ormai cavalca come un provetto surfer l’onda dell’esperienza. Sul campo e fuori, con i colpi e con le parole (o i silenzi). L’altra sera il numero 1 al mondo s’era trovato “in una situazione complicata” – la definizione è sua – perché aveva ceduto a Daniil Medvedev il secondo set e poi “era successo quello che era successo: la pioggia, la sospensione”. In verità, lo stop era stato deciso dalla giudice di sedia quando Jannik stava conducendo per 6-2 5-7 4-2 e Medvedev era al servizio, in vantaggio. Nulla di “complicato”, dunque. Piuttosto, i problemi del più amato dagli italiani sembravano dovuti alla fatica e ai crampi, preceduti da difficoltà di respirazione e da conati di vomito. Poi un intervento del fisioterapista, chiamato da Sinner, aveva suscitato la reazione stizzita del russo, che ne aveva contestato la regolarità.
Sinner, a che ora si gioca la finale degli Internazionali contro Ruud. I precedenti con il norvegese


Quando oggi si torna a giocare sul rettangolo rosso del Centrale per la coda della semifinale interrotta diciannove ore prima dalla pioggia, è l’esperienza a soccorrere Sinner. Daniil prova a recuperare il break di svantaggio, senza riuscirci, perché Jannik si concentra con efficacia sui suoi turni di servizio e sull’opportunità di risparmiare energie: finisce 6-4. Per il secondo anno consecutivo un italiano combatterà per un titolo, per di più alla presenza di Adriano Panatta, che vinse qui nel 1976, e di Sergio Mattarella.

Tutto bene? Sì, non ci fosse un “ma” grande così: la sensazione che Jannik non sia in perfette condizioni – condivisa da molti sia nel quarto di finale di giovedì con Andrey Rublev, sia nel primo tempo della semifinale con Medvedev – trova conferme nei quindici minuti di scambi di oggi. In affanno, con movimenti meno rapidi e la necessità di sfruttare ogni secondo di riposo tra uno scambio e l’altro, il ragazzo rosso non appare l’ammazzatutti di Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid.

L’ordine di scuderia è minimizzare, celare, forse negare. A chi, nella conferenza stampa post partita, insiste a chiedergli ragione dei suoi problemi, Jannik replica con una formula standard: “Non posso rispondere a questa domanda”. E, come fa Trump, si gira dall’altra parte: avanti il prossimo. Per aggirare il muro eretto sull’argomento servono perifrasi. Brava allora la collega che lo fa ragionare sul ruolo dell’esperienza in partite come quella con Medvedev: “La cosa più importante è conoscere se stessi”, che è, pari pari, l’iscrizione sul frontone del tempio di Apollo a Delfi. Ci si potrebbe spingere oltre, fino a Eschilo, che al coro del suo Agamennone fa dire: “Dalla sofferenza nasce la conoscenza”. In attesa di futuri studi al proposito, Jannik resta però sul concreto: “Più anni passi nel circuito, più è normale comprendere le situazioni e saperle gestire. La cosa migliore è restare il più calmo e lucido possibile, ma non in tutti i match e non in tutte le giornate si è al cento per cento. Adesso cerchiamo di farci trovare pronti per domani”. Domani è il giorno della finale contro un solidissimo avversario, Casper Ruud, che a Roma ha avuto turni meno accidentati dei suoi. Sarà dura.
La finale femminile tra la testa di serie numero 3, Coco Gauff, e la veterana Elina Svitolina, numero 7, si gioca sul filo di talenti diversi e di predisposizioni mentali non paragonabili. L’ucraina, che farà 32 anni a settembre, qui ha già alzato la coppa nel 2017 e nel 2018 ed è in totale fiducia grazie a un percorso a Roma formidabile, durante il quale ha eliminato Elena Rybakina nei quarti e Iga Swiatek in semifinale. Gauff, invece, ha dovuto soccombere l’anno scorso, nella sua unica finale romana, contro Jasmine Paolini (6-4 6-2). Entrambe tengono assai al titolo.
Il match è spettacolare, l’equilibrio quasi perfetto nei primi due set, 6-4 per l’ucraina e 6-7 per l’americana. Più fisica Coco, che però subisce spesso le accelerazioni e le variazioni della mamma di Skai Monfils, che ha tre anni e mezzo. È un tennis divertente, seppure costellato da parecchi errori. Nel terzo set Elina prende in mano il gioco e annichilisce l’avversaria, in lacrime, sconfortata dopo il 6-2 umiliante. Per Elina, più che un successo personale è un regalo al suo popolo che soffre.

Intanto Simone Bolelli e Andrea Vavassori festeggiano frugalmente la loro prima finale agli Internazionali d’Italia. Per la coppia azzurra è la seconda finale Masters 1000 della carriera, sette settimane dopo quella vinta a Miami contro Harri Heliovaara e Henry Patten, l’unico titolo ATP 1000 conquistato finora. Per Bolelli, 40 anni compiuti lo scorso ottobre, è anche la prima finale di sempre al Foro Italico dopo tre semifinali perse in passato: una piccola liberazione personale.
Il cammino del bolognese e del torinese al Foro Italico è cominciato in sordina, tra i timori di un tonfo come l’anno scorso al primo turno contro i wild card Federico Bondioli e Carlo Alberto Caniato e il morale sottoterra di Simone, che ha perso di recente il padre. Invece la progressione romana è stata impressionante: rimonta nel match con Yuki Bhambri e Michael Venus, due tie-break vinti contro Andre Goransson ed Evan King, il pesantissimo 7-5 7-6 inflitto ai numero 1 del seeding Heliovaara e Patten. La semifinale di oggi contro Christian Harrison e Neal Skupski, vincitori dell’ultimo Australian Open, è durata due ore e quattro minuti: primo set conquistato 11-9 al tie-break dopo aver sprecato quattro set point, secondo perso 3-6, super tie-break chiuso 10-6 grazie a un allungo decisivo sul 5-5 firmato anche da un ace pesantissimo di Bolelli.
In finale, domani, Simone e Andrea se la vedranno con Marcel Granollers e Horacio Zeballos, che nell’altra semifinale hanno superato Austin Krajicek e Nikola Mektic con il punteggio di 6-7 7-5 10-2. Avversari che a Roma hanno già alzato il trofeo nel 2020 e nel 2024, gente tosta tanto quanto potrebbe rivelarsi Ruud per Sinner.
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