Sardegna

Palestina. Tra macerie e resistenza: il reportage da Tulkarem e il Freedom Theatre

Nel reportage che giunge dalla Palestina, in esclusiva per Cronache Nuoresi, una volontaria descrive la situazione di Tulkarem una città un tempo vivissima, custode di antichi reperti romani e sede universitaria, oggi segnata profondamente dall’assedio. I tre campi profughi, abitati dai discendenti dei palestinesi allontanati dalle proprie terre durante la Nakba del 1948, versano in condizioni di invivibilità estrema. Sebbene la pressione militare fosse costante già prima del 7 ottobre 2023, l’avvio dell’operazione Muro di ferro nel gennaio 2025 ha segnato un’escalation di violenza distruttiva. I bombardamenti aerei e l’impiego di elicotteri Apache, uniti all’azione dei bulldozer, hanno sistematicamente abbattuto edifici pubblici e privati, distruggendo al contempo le infrastrutture essenziali come le tubazioni dell’acqua, le reti fognarie e quelle elettriche. L’ordine di evacuazione, impartito sotto minaccia di morte, ha costretto le famiglie a cercare riparo presso parenti o in rifugi di fortuna, spesso in un clima di estrema crudeltà. Testimonianze locali, come quella di Kamal, riferiscono di come ai residenti fossero state promesse tre ore per recuperare i propri beni, tempo poi ridotto a soli quindici minuti sotto il fuoco dei soldati. In quella fuga disperata sono andati perduti documenti storici e ausili fondamentali, come la sedia a rotelle di un giovane sottratta o distrutta durante lo sfollamento.

L’attuale panorama di Tulkarem è quello di un agglomerato fantasma dove le uniche luci notturne provengono dalle abitazioni requisite dai militari, su cui sventolano bandiere israeliane. Ciò che rimane delle aree residenziali è spesso ridotto a una striscia di terra nuda, spianata dai bulldozer per facilitare il passaggio dei carri armati. In questo scenario di desolazione si inserisce il dolore composto dei genitori di uno dei diciotto ragazzi uccisi da un missile lanciato su un bar del campo; l’attacco, volto a colpire un singolo combattente, ha provocato diciassette vittime civili aggiuntive. La narrazione della volontaria sottolinea come, in base alla Convenzione di Ginevra, chi si oppone a un’occupazione decennale debba essere considerato un partigiano, portando l’attenzione anche sulla pratica della detenzione amministrativa, che permette arresti senza accuse formali per tempi indefiniti. Le denunce si estendono inoltre alle condizioni dei prigionieri, con testimonianze raccolte da Al Jazeera che riferiscono di torture e abusi sistematici subiti all’interno delle carceri.

Il reportage tocca anche la situazione regionale complessiva, citando i dati relativi alle vittime dall’inizio del cessate il fuoco del 2 marzo: 2.715 morti in Libano, 846 nella Striscia di Gaza e 1.157 in Cisgiordania per mano dei coloni e dell’esercito. Tra le vittime si registra anche il piccolo Mohammad Rajab, di soli dieci anni, ucciso a Tulkarem nel gennaio 2025. Oltre al conflitto aperto, emergono tensioni sociali interne a Israele legate alla discriminazione dei migranti africani, che ha portato alla formazione della gang giovanile SSQ tra gli eritrei emarginati, e ai nuovi progetti di insediamento che prevedono l’arrivo di seimila indiani ebrei Bnei Manashe. Il viaggio si conclude tuttavia con un messaggio di speranza proveniente dal Freedom Theatre di Jenin. Nonostante le chiusure forzate e le violenze subite dagli artisti, il direttore Mustafa Sheta continua a promuovere la resistenza culturale e il teatro itinerante come strumento per aiutare i bambini a superare i traumi dell’occupazione, riaffermando l’importanza della lotta come forma suprema di dignità e amore per il proprio popolo. (F.Nieddu)


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