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Mamdani fa marcia indietro sulle tasse: il buco di New York coperto da 4 miliardi di aiuti

Zohran Mamdani continua il suo bagno di realtà. Il primo cittadino socialista di New York si prepara a presentare il suo primo bilancio esecutivo per il prossimo anno fiscale, che inizierà il 1° luglio, e secondo fonti di City Hall citate dai media americani è pronto a fare un passo indietro su uno dei provvedimenti più sbandierati della sua campagna elettorale: l’aumento delle tasse sugli immobili.

Il piano, atteso nella giornata di martedì, dovrà indicare come l’amministrazione intende chiudere il buco da 5,4 miliardi di dollari previsto per il bilancio 2027. Ma quei soldi non arriveranno né da un aumento della property tax, né dal ricorso al cosiddetto rainy day fund, il fondo di emergenza della città. Mamdani avrebbe invece trovato una terza via, fatta di nuovi aiuti da Albany, risparmi di spesa e misure fiscali più circoscritte.

La novità principale arriva dallo Stato di New York. La governatrice Kathy Hochul e Mamdani hanno annunciato un nuovo intervento da 4 miliardi di dollari per aiutare la città a fronteggiare il deficit. Una cifra che porta il totale della nuova assistenza statale a quasi 8 miliardi di dollari in due anni. Secondo una nota dell’amministrazione, l’accordo consentirà di chiudere il disavanzo ereditato dalla precedente amministrazione, stabilizzando i conti cittadini e consentendo nuovi investimenti per rendere New York più accessibile ai lavoratori.

Il passo indietro sulla tassa sugli immobili

Per Mamdani, il passaggio è delicatissimo. Il sindaco socialista aveva vinto promettendo di tassare i ricchi, ma una volta arrivato a City Hall si è scontrato con i limiti politici e istituzionali della città. A febbraio aveva minacciato un aumento di quasi il 10% della tassa sugli immobili, una misura che avrebbe potuto generare circa 3,7 miliardi di dollari di entrate. Quella proposta era stata presentata come l’unica alternativa nel caso in cui Albany non avesse approvato nuove imposte su aziende e contribuenti più facoltosi. In realtà, era anche una leva negoziale nei confronti di Hochul per ottenere più fondi dallo Stato.

Nelle ultime settimane, però, Mamdani aveva progressivamente raffreddato quella pista. La proposta aveva suscitato forti malumori tra i newyorkesi e soprattutto aveva incontrato il “no” immediato di Julie Menin, speaker del New York City Council. La tassa sugli immobili era una delle poche leve fiscali che la città avrebbe potuto azionare senza il via libera dello Stato, ma sarebbe comunque servito il voto del Consiglio comunale. Senza il sostegno di Menin e di una parte consistente dell’aula, il piano era sostanzialmente destinato a fermarsi.

Il sindaco aveva definito l’aumento della property tax una “ultima risorsa”, senza però escluderlo del tutto. Ora, secondo le fonti citate dai media americani, quella strada verrà ufficialmente accantonata. Mamdani proverà quindi a chiudere il buco di bilancio attraverso una combinazione di fondi statali, nuove entrate mirate e possibili rinvii di alcune spese.

La terza via tra aiuti statali e nuove imposte mirate

Il contesto resta delicato. La proposta preliminare di bilancio aveva allarmato le agenzie di rating, che avevano modificato in negativo l’outlook sulla città, citando i deficit strutturali di lungo periodo. A pesare era stata anche l’ipotesi di usare quasi 1 miliardo di dollari dai risparmi cittadini, fondi che dovrebbero essere destinati alle vere emergenze fiscali. Per mesi Mamdani ha descritto la situazione finanziaria di New York come una “crisi fiscale generazionale”, paragonabile per gravità alla Grande recessione.

Tra le misure allo studio c’è una tassa sulle vendite in contanti di appartamenti di lusso dal valore superiore a 1 milione di dollari. Secondo fonti di Albany citate da Cbs News, l’imposta potrebbe generare circa 100 milioni di dollari l’anno e la sua approvazione sarebbe ancora in discussione nella legislatura statale. Si tratterebbe però di una somma limitata rispetto alle dimensioni del deficit.

Un altro dossier osservato con attenzione dagli ambienti economici e immobiliari è quello della cosiddetta pied-à-terre tax, una tassa sulle seconde case di lusso non utilizzate come abitazione principale. La proposta, avviata da Hochul come concessione alle richieste di Mamdani di tassare i grandi patrimoni, potrebbe portare nelle casse cittadine circa 500 milioni di dollari l’anno. Restano però ancora da definire dettagli cruciali: l’aliquota, la platea dei contribuenti e il criterio di calcolo, se basato sul valore catastale o sul reale valore di mercato.

Il quadro resta dunque in movimento. Mamdani sta cercando un punto di equilibrio con i vertici della città, dalla speaker Menin al Public Advocate Jumaane Williams fino ai presidenti dei borough in cui è divisa la Grande Mela. In gioco ci sono miliardi di dollari, ma anche la credibilità politica del nuovo sindaco. La rinuncia all’aumento generalizzato delle tasse sugli immobili gli consente di evitare uno scontro immediato con il Consiglio comunale e con parte del suo stesso elettorato.

Allo stesso tempo, però, mostra i limiti di un approccio radicale alla gestione di New York: una cosa è promettere di tassare i ricchi in campagna elettorale, un’altra è far quadrare i conti della città senza colpire anche quella classe media che Mamdani dice di voler proteggere.


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