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«Panatta era ed è un mito, vorrei lanciare un torneo di tennis nel mondo dello spettacolo»

«Un po’ per caso ho conosciuto Panatta, che per me era, ed è, un mito assoluto. Eravamo a una cena, molto piacevole, a casa di Giovanni Veronesi che alla fine ha lanciato l’idea: “Perché non giochiamo?”. Adriano incredibilmente era d’accordo e ci siamo trovati sul campo: io ero totalmente ingessato. Ho sentito subito la differenza del rumore della palla, il famoso “pof”. Stavamo producendo La profezia dell’Armadillo (il film tratto dai fumetti di Zero Calcare, ndr) e quella scena l’ho scritta io perché avevo in testa il suono inconfondibile. Lui l’ha interpretata».

Domenico Procacci, 66 anni, racconta l’episodio a Roma nel suo ufficio alla Fandango – l’impresa di cinema/libri/musica nata nel 1989 e cresciuta nel tempo – , nella quiete del quartiere Trieste, a due passi dalla casa in cui visse Pirandello. La passione per il tennis, che ha poi portato alla docuserie Una squadra (2022) e al podcast di successo che nessun tifoso perde (La telefonata tra Panatta e Bertolucci), è solo l’ultima ad aver orientato le scelte del produttore nato sul mare in una frazione alle porte di Bari, Santo Spirito. Cresciuto in una famiglia benestante (il padre si era fatto da solo negli anni 60 e aveva messo su un’impresa edile, la mamma non lavorava e seguiva i tre figli), da ragazzo Procacci si saziava di film all’Ariston, il cinemino che a un certo punto è diventato un supermercato, e al cineclub in città. «All’epoca ti dovevi quasi difendere quando dicevi di essere di Bari, partiva l’imitazione di Lino Banfi. Adesso se vivi in Puglia ti dicono “beato te” e Bari vecchia è una bomboniera. A vent’anni sono andato a Roma». Frequentare una scuola di cinema, dopo il “nutrimento” dei film americani degli anni 70 – da Easy Rider a Cinque pezzi facili, a Bogdanovich, Sidney Pollack, Martin Scorsese, Brian de Palma – sembrava una scelta naturale. «Mi piaceva quel cinema autoriale ma con un’attenzione anche al pubblico, ed è questa forse la grande differenza con il cinema d’autore europeo: la voglia di fare spettacolo».

Alla Gaumont, la scuola guidata da Renzo Rossellini, con un circuito di sale e tanti nomi, oggi noti, provenienti da lì (come Giuseppe Piccioni, Daniele Luchetti, Carlo Carlei, il montatore Angelo Nicolini e tanti altri), risuonavano «parole che adesso sono vietate ma che in quel momento erano in voga: autogestione, interdisciplinarietà. Facevamo tutto, ognuno di noi provava varie esperienze». Procacci ha cominciato all’interno di una cooperativa che ha prodotto Il grande Blek di Piccioni: «Io ero il rappresentante legale, solo perché nessuno voleva farlo, e quindi mi sono trovato a occuparmi di molti aspetti legati alla produzione di quel film. Così, ho ritenuto di poter fare di più o di meglio continuando a seguire quel fronte e ho fondato la Fandango». A La stazione di Sergio Rubini (1990), il primo film prodotto quando aveva meno di 30 anni, seguiranno pellicole spartiacque come Radiofreccia (1998) e poi quelle di Gabriele Muccino, con il successo oltre ogni aspettativa de L’ultimo bacio (2001).

Ma l’appetito vien mangiando e, racconta Procacci, «mi sono imbattuto in un libro in versi di un’autrice australiana, Dorothy Poster, che ho trovato bellissimo. Ho pensato “mio padre non lo leggerà mai” e allora ho chiamato un mio costante compagno di avventure – quelle pazze –, Sandro Veronesi e gli ho detto “perché non facciamo una casa editrice?”». Era la fine degli anni 90, oggi quel progetto, dopo varie evoluzioni, è una realtà definita, guidata dalla direttrice editoriale Tiziana Triana. Non è mai stata un’attività al servizio del cinema, precisa Procacci, «l’ho sempre immaginata con una propria identità perché in un certo senso Fandango è anche un progetto politico, un’idea di raccontare la realtà. Non è un caso che l’ultimo lavoro sia un libro di Claudio Fava, che nel 2020 abbiamo portato allo Strega Febbre di Jonathan Bazzi, entrato in cinquina. Abbiamo pubblicato XY di Veronesi, poi Questa storia di Alessandro Baricco. E così anche la vicenda di San Patrignano, arrivata da Delogu e Cedrola, è diventata un libro, La collina».

Il tennis aveva fatto capolino già con un’operazione a dir poco coraggiosa, e cioè la traduzione di Infiniti Jest di David Foster Wallace ad opera di Edoardo Nesi, «il primo al mondo a farlo» nel 2000. La casa editrice si è ampliata, «abbiamo acquisito BeccoGiallo e siamo soci di Coconino Press che fanno un uso del fumetto diverso l’uno dall’altra: la seconda è rivolta al fumetto d’autore italiano e straniero, la prima ha un taglio divulgativo su grandi avvenimenti o biografie (vedi la vicenda di Peppino Impastato, o quella di Ustica o il tentato golpe Borghese, le stragi): un modo per conoscere un tema complesso in modo visivo e attraverso una lettura più veloce».


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