Umbria

“Distrae” quasi mezzo milione di fondi destinati a prevenire l’usura: condannato

di Daniele Bovi

Un consorzio di garanzia fidi e il suo amministratore delegato sono stati condannati dalla Corte dei conti dell’Umbria a risarcire 466.100 euro al ministero dell’Economia e delle Finanze per avere distratto fondi pubblici destinati alla prevenzione dell’usura. Le somme, erogate dallo Stato per favorire l’accesso al credito di famiglie e imprese in difficoltà economica, sarebbero state invece trasferite su conti ordinari della società e in parte a favore di soggetti terzi attraverso 41 operazioni ritenute illecite.

Il caso La Sezione giurisdizionale, presieduta da Giuseppe De Rosa e che aveva discusso il caso in udienza a metà aprile, ha accertato un danno erariale legato alla gestione del Fondo antiusura previsto dalla legge 108 del 1996, escludendo invece dalla giurisdizione contabile il presidente del consiglio di amministrazione della società, per il quale non è stato ritenuto provato un coinvolgimento diretto nella gestione del denaro. 

La “distrazione” Secondo quanto ricostruito nel procedimento, tra il 2010 e il 2016 il Confidi aveva ricevuto contributi pubblici per oltre 634 mila euro. Le verifiche del Ministero, avviate dopo un’ispezione svolta tra il 2019 e il 2020, hanno però evidenziato diverse anomalie: la cessazione dell’attività di rilascio delle garanzie già dal 2016, la mancata trasmissione delle rendicontazioni annuali obbligatorie e soprattutto il trasferimento di somme vincolate verso conti non destinati alle finalità previste dalla legge.

I bonifici La Corte ha rilevato che l’amministratore delegato «effettuava 41 bonifici bancari, del suddetto ammontare, verso conti “liberi” del Consorzio medesimo nonché a un soggetto terzo». Lo stesso dirigente aveva ammesso di avere disposto personalmente le operazioni, sostenendo però di essere convinto che i fondi non fossero vincolati. Una giustificazione che i giudici hanno ritenuto incompatibile con il ruolo ricoperto e con le deleghe sulla gestione finanziaria della società. Nella sentenza viene inoltre sottolineato come il Confidi non abbia restituito le somme neppure dopo la sottoscrizione di un piano di rientro concordato con il Ministero nel 2020. L’accordo prevedeva il pagamento rateale del debito, ma, come evidenziato anche dalla magistratura contabile in un comunicato, non sarebbe stata versata «finanche la prima rata del piano di rientro».

Dolo I giudici hanno attribuito all’amministratore delegato una responsabilità per dolo diretto, mentre nei confronti della società hanno ravvisato un dolo eventuale, legato alle gravi carenze nei controlli interni e nella contabilità. La sentenza parla di una gestione caratterizzata da «voluta e inescusabile sciatteria», ritenendo che l’assenza di verifiche abbia consentito la distrazione delle risorse pubbliche. Rigettata anche l’eccezione di prescrizione sollevata dalla difesa. Per la Corte, la mancata rendicontazione annuale avrebbe impedito all’amministrazione di accorgersi tempestivamente delle irregolarità, configurando un occultamento del danno emerso soltanto con l’ispezione ministeriale.

Nessuna riduzione La condanna è stata pronunciata in solido nei confronti del Confidi e dell’amministratore delegato, con obbligo di risarcire integralmente il ministero dell’Economia e delle Finanze, oltre a rivalutazione monetaria, interessi e spese di giudizio. La Corte ha inoltre escluso qualsiasi riduzione dell’addebito, evidenziando la natura dolosa delle condotte contestate.

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