La presenza dello psicologo nello scuole è diventata una priorità
Le scuole venete chiedono una presenza dello psicologo scolastico più stabile, continuativa e strutturata. È il dato centrale emerso dall’indagine rivolta ai dirigenti scolastici del Veneto, elaborata dal gruppo di lavoro di Psicologia Scolastica dell’ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto e presentata ieri 8 maggio all’ITSCT “Einaudi-Gramsci” di Padova, durante il convegno “Benessere a scuola: la psicologia oltre l’emergenza”.
L’incontro
«Abbiamo scelto di parlare di scuola dentro la scuola, portando il confronto direttamente in un istituto, perché è qui che ogni giorno si costruiscono relazioni e crescita – ha spiegato Federica Sandi, vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto – la scuola è uno dei luoghi fondamentali per il benessere delle nuove generazioni. Come Ordine riteniamo essenziale promuovere una psicologia scolastica capace di andare oltre l’emergenza e di sostenere studenti, famiglie, docenti e dirigenti in modo competente e continuativo. Anche la nostra partecipazione agli Stati Generali della rappresentanza studentesca di Padova e provincia su disagio giovanile e benessere psicologico ci ha confermato il bisogno di psicologhe e psicologi formati per la scuola e di modalità di accesso al supporto più riservate e non stigmatizzanti». Il messaggio è chiaro: non basta intervenire quando il disagio esplode. Serve una presenza capace di lavorare prima e dentro la vita quotidiana della scuola. “Carta d’identità dello psicologo scolastico”, comportamenti problematici in classe, inibizione e ritiro indicano la stessa direzione: una psicologia scolastica non solo per gestire le crisi, ma per promuovere prevenzione e salute nella comunità educativa.
I tre assi
«Il gruppo di lavoro – ha spiegato Micaela Galiano, referente del gruppo di lavoro di Psicologia Scolastica dell’ordine veneto – si muove lungo tre assi: inclusione, prevenzione del disagio e sistema. Inclusione significa guardare alle fragilità che attraversano la scuola non solo come diagnosi o certificazioni, ma come situazioni da accompagnare insieme, coinvolgendo scuola, famiglie e servizi. Prevenzione vuol dire intercettare il disagio prima che diventi emergenza, sostenendo studenti, famiglie e personale scolastico, anche per prevenire il rischio di burnout. Il sistema, infine, è la dimensione più operativa: alleanze istituzionali, tavoli tecnici, linee guida e percorsi formativi. Il punto è fare del gruppo non solo uno spazio di studio e riflessione, ma un luogo operativo, capace di rafforzare il ruolo della psicologia nella scuola e di superare una logica emergenziale, per lavorare nella prospettiva della costruzione del benessere».

L’indagine
Il questionario, predisposto dal gruppo di lavoro dell’Ordine e condiviso con l’ufficio scolastico regionale, è stato inviato ai dirigenti scolastici degli istituti veneti rappresentativi dei diversi ordini di scuola: infanzia, primaria, secondaria di primo e secondo grado. Con una decina di domande, ha indagato l’esperienza delle scuole con psicologi e psicologhe, le ore disponibili e quelle ritenute necessarie, le aree di intervento, il grado di soddisfazione e il bisogno di continuità. All’indagine ha risposto circa un terzo dei dirigenti scolastici raggiunti dall’indagine. Secondo gli esiti, a fronte di una media di 108 ore annue di psicologia scolastica effettivamente svolte, i dirigenti indicano come desiderabile una presenza media di 266 ore l’anno: più del doppio. In termini concreti, significa passare da circa 4 a circa 10 ore settimanali, cioè da una mattina a due o più mattine alla settimana, rendendo possibile una presenza più continuativa e strutturata dello psicologo nella vita scolastica.
Maggiore presenza
«Il dato sulle ore è particolarmente significativo: le scuole raccontano di esperienze positive con psicologi e psicologhe, ma anche di un bisogno molto più ampio rispetto alle risorse oggi disponibili – ha puntualizzato Angelica Moè, componente del gruppo di lavoro di Psicologia Scolastica dell’ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto, docente presso l’Università degli Studi di Padova e direttrice del Master in Psicologia Scolastica. Questo significa che le scuole chiedono una presenza più che doppia rispetto a quella attualmente disponibile. Quando il tempo è poco, il rischio è che lo psicologo venga chiamato solo per gestire le urgenze. La psicologia scolastica, invece, può incidere davvero quando lavora sulla prevenzione, sulle relazioni e sulle risorse dell’intera comunità educativa. La prospettiva – ha osservato Moè – è quella di una psicologia scolastica sempre più “ecologica”: non più solo lo psicologo che riceve individualmente lo studente, ma una figura che lavora dentro un sistema».
La Carta d’identità dello psicologo scolastico
Il titolo del convegno richiama proprio questo cambio di sguardo: lo psicologo non come ultima risorsa da chiamare per una classe da “correggere”, un conflitto da tamponare o un caso di bullismo in atto, ma come professionista capace di lavorare sul sistema scuola. «Lo psicologo scolastico non è semplicemente la figura dello sportello d’ascolto – ha evidenziato Eleonora Soffiato, psicologa, psicoterapeuta, componente del gruppo di lavoro Psicologia Scolastica dell’Ordine e orientatrice per la Provincia di Padova – è un professionista che lavora con il sistema scuola: può sostenere gli studenti, ma anche i docenti, le famiglie, la dirigenza e il personale scolastico. A questo obiettivo risponde la nuova “Carta d’identità dello psicologo scolastico”, elaborata dal Gruppo di Lavoro dell’Ordine: nasce dalla necessità di spiegare meglio che cosa fa lo psicologo scolastico e ne chiarisce le caratteristiche: una figura laureata in psicologia, abilitata alla professione e iscritta all’Ordine, con competenze specifiche per lavorare nel contesto scolastico. E un punto centrale è che lo psicologo scolastico non è una figura destinata soltanto agli studenti “con problemi”». La Carta chiarisce anche che lo psicologo scolastico non fa diagnosi e non svolge psicoterapia nel contesto scolastico, ma può intercettare precocemente i bisogni e favorire il collegamento con i servizi territoriali competenti.
Comportamenti problematici in classe
Cosa può fare lo psicologo clinico? Il tema del lavoro sul contesto attraversa anche la gestione dei comportamenti problematici in classe, dove il punto non è solo “fermare” ciò che accade, ma comprenderne la funzione. «Di fronte a un comportamento problematico la prima reazione è chiedersi come fermarlo – ha dichiarato Cristina Menazza, psicologa e psicoterapeuta di Polo Blu – ma la domanda più utile è un’altra: qual è la sua funzione? Non può essere ridotto a cattiva condotta, opposizione o mancanza di regole: può segnalare una fragilità nelle capacità di regolazione emotiva, una neurodivergenza, un disturbo del neurosviluppo o una fatica emotiva e relazionale. Per questo lo psicologo non offre soluzioni preconfezionate, ma si pone in ascolto e alleanza con gli insegnanti, aiutandoli a osservare, formulare domande, leggere il comportamento nel contesto e costruire strategie condivise: dalla strutturazione dell’ambiente all’anticipazione delle attività, da routine più prevedibili al lavoro sugli antecedenti e ai patti educativi con alunni e famiglie. La “cassetta degli attrezzi” è importante, ma non sostituisce il ruolo degli insegnanti: li sostiene nella lettura delle situazioni più complesse e nella ricerca di risposte efficaci».
Inibizione e ritiro scolastico
Dai comportamenti visibili ai blocchi più silenziosi: il convegno ha posto l’attenzione anche su inibizione e ritiro scolastico. «L’inibizione non può essere liquidata come mancanza di interesse, svogliatezza o scarsa motivazione – ha concluso Katia Provantini, psicologa e psicoterapeuta, istituto Minotauro – è qualcosa di più profondo: è un blocco, un’impossibilità a fare, pensare, esplorare, crescere. Può riguardare ragazzi e ragazze che fino a un certo momento apparivano sereni, capaci e inseriti, ma che davanti ai passaggi evolutivi si fermano, spesso per paura del futuro, del giudizio dei pari o di non essere all’altezza. Il ritiro scolastico si lega a questa dinamica di blocco e paura della crescita. Andare a scuola significa confrontarsi con i pari, con le richieste del mondo adulto, con il futuro e con la necessità di diventare grandi. Rispetto a trent’anni fa, i pari, i coetanei, talvolta sono percepiti non come alleati ma più spesso come potenziali giudici».
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