Daramic di Tito, chiesto il processo per 11 persone e 3 società
La Procura di Potenza chiede il processo per 11 persone e 3 società sull’ex Daramic di Tito Scalo. Contestati disastro ambientale aggravato, omessa bonifica e discarica abusiva
POTENZA – Il Sostituto procuratore della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Potenza, Vincenzo Montemurro, ha chiesto il processo per 11 persone e 3 società, citate come responsabili civili, indagate a vario titolo per il presunto disastro ambientale della Daramic di Tito scalo.
L’area, lo ricordiamo, era stata sequestrata nel giugno 2025 nell’ambito di un’inchiesta della procura potentina per disastro ambientale aggravato e omessa bonifica in cui sono indagati sei funzionari pubblici e sette manager.
DARAMIC TITO, CHIESTO IL PROCESSO
Tra gli undici ci sono tre dirigenti del Ministero dell’Ambiente (Luciana Distaso, Giuseppe Lopresti e
Laura D’Aprile) due dirigenti della Regione Basilicata (uno è Michele Busciolano, già capo di gabinetto del governatore Vito Bardi) e un funzionario. Per i dirigenti ministeriali secondo le indagini, emerge un quadro di responsabilità penale concorsuale (“agendo con negligenza, imprudenza e imperizia” per gravi delitti ambientali, aggravata dalla qualifica soggettiva dell’agente”(. L’udienza preliminare si terrà il 10 giugno prossimo, in quella sede il giudice, Salvatore Pignata, dovrà decidere sulle richieste della Procura. Le ipotesi di reato contestate a vario titolo sono disastro ambientale aggravato, omessa bonifica e discarica abusiva.
UDIENZA PRELIMINARE IL 10 GIUGNO 2026
L’udienza preliminare si terrà il prossimo 10 giugno e il giudice Salvatore Pignata, dovrà decidere sulle richieste della Procura. Il 6 giugno del 2025 la Procura delegò ai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di eseguire un nuovo sequestro – un primo c’era stato nel 2023 per disposizione dell’allora Procuratore capo, Francesco Curcio – dell’area su cui sorgeva la fabbrica chiusa nel 2008. Un sequestro preventivo finalizzato alla confisca che fece seguito, come detto, al sequestro probatorio del maggio del 2023.
DARAMIC TITO, ACCUSE DI DISASTRO AMBIENTALE E OMESSA BONIFICA
«Il sito, su cui sin dal 1997 operava l’unica compagine italiana dell’omonima multinazionale statunitense leader nel mercato della produzione di componenti per separatori di batterie, si estende su una superficie paesaggisticamente vincolata di 48 mila metri quadri all’interno del Sin, del comune di Tito».
Così a giugno del 2025 in una nota diffusa dal procuratore facente funzioni, Maurizio Cardea, evidenziando che la trielina, o tricloroetilene, trovata nei terreni e nella falda dell’area sequestrata «nota per le sue proprietà mutagene e cancerogene utilizzato nel ciclo produttivo della Daramic»», era stata scoperta già nel 2005 «in concertazioni superiori ad un milione e quattrocentomila volte oltre i limiti stabiliti dalla legge»
LA NOTA DEL PROCURATORE CARDEA
Cardea aveva anche ricordato che che «nel 2010 la sede titese della multinazionale Daramic cessava tutte le attività in Italia e attraverso un’atipica operazione di “leverage byout” veicolava più di 19 milioni di euro oltralpe sottraendoli alle risorse destinate alla bonifica». Quindi spiegò che «da quest’ultima operazione finanziaria, portata a termine con una società veicolo con sede nel Nord Italia, nasceva la Step One srl che «ancorché gravata dall’obbligo di bonifica, nel suo solo lustro di vita agiva senza perseguire alcun progetto imprenditoriale fino ad approdare inevitabilmente al fallimento con il conseguente abbandono di ogni misura di contenimento dello stato di inquinamento».
In concomitanza con l’apposizione dei sigilli nell’area dell’ex Daramic ci fu anche la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari «nei confronti di 14 indagati.
LE INDAGINI SULL’AREA DELL’EX DIRAMIC A TITO
Le indagini sull’area dell’ex Daramic, per cui il prossimo 10 giugno gli indagati dovranno comparire davanti al Gip, furono avviate nel 2023 dal Noe di Potenza. Indagini dalle quali si appurava la mancata rimozione di una sorgente primaria di contaminazione da tricloroetilene la cui attività avrebbe significativamente compromesso e deteriorato la falda acquifera ben oltre i confini del Sin poiché è stata rinvenuta la presenza della citata sostanza con valori 110 volte superiori al limite di legge anche in aree a vocazione agricola e persino nel corpo idrico superficiale dell’affluente sinistro del Basento: il torrente Tora.
TRA SOPRALLUOGHI E INTERCETTAZIONI
Le indagini, condotte attraverso accurati sopralluoghi, corpose analisi documentabili enumerose intercettazione telefoniche, hanno consentito di raccogliere una serie di elementi investigativi non solo a carico dei dirigenti delle società sopracitate ma anche di alcuni funzionari pubblici che, pur conoscendo la gravità dell’inquinamento e l’inerzia del soggetto responsabile, in violazione di un obbligo giuridico avrebbero omesso di sostituirsi ad esso e attuare le procedure di bonifica.
LA RELAZIONE TECNICA
Importante fu anche la relazione tecnica prodotta da un collegio di consulenti nominati dalla procura che aveva accertato l’esistenza di un “disastro ambientale aggravato – così nella relazione tecnica – connesso a uno stato di compromissione, e deterioramento, irreversibile delle matrici acque sotterranee e superficiali causato dalla trielina la cui eliminazione richiederebbe interventi e/o provvedimenti eccezionali e costi particolarmente elevati”. Per quanto riguarda l’indagine, portata avanti dal Sostituto Montemurro, bisogna anche ricordare che risale al 2004 l’auto-denuncia, da parte della Daramic, della contaminazione da trielina della falda sotto lo stabilimento di Tito scalo.
LA MANCATA BONIFICA
Da allora, però, non solo non fu avviata la bonifica, ma la contaminazione ha continuato a viaggiare fino a un vicino torrente, il Tora, dove la presenza di trielina era 70/80 volte superiore alle soglie di allarme. Inoltre nell’area della fabbrica si sarebbero accumulati anche rifiuti di vario tipo, e sarebbe emerso persino il possibile interramento di fusti contenenti sostanze non ancora identificate.
E proprio in base a questi elementi che nel 2023 fu eseguito il sequestro dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Potenza e dalla Polizia provinciale, apponendo i sigilli agli accessi nella vecchia fabbrica di scambiatori in plastica per batterie per auto nella zona industriale di Tito, chiusa dal 2008.
GLI ACCERTAMENTI
I dettagli di quanto emerso dagli accertamenti furono illustrati, nel 2023, in una conferenza stampa, dal procuratore capo di Potenza, Francesco Curcio, per cui i reati ipotizzabili sarebbero stati quelli di disastro e inquinamento ambientale «ed altro».
Reati che, si disse all’epoca, dovrebbero essere contestati, al termine delle opportune verifiche, a quanti dovessero essere individuati come i responsabili della contaminazione, e a chi avrebbe dovuto predisporre e garantire il funzionamento delle misure di messa in sicurezza del sito dopo la scoperta dell’inquinamento.
EX DARAMICA A TITO, I VALORI DELLA TRIELINA
Curcio aveva anche evidenziato la scoperta, nella falda attorno allo stabilimento ex Daramic, di valori di trielina «270.000 volte» oltre la soglia, e i rischi per la salute pubblica rappresentati dalla “migrazione” di questa sostanza, cancerogena, dalla falda a un affluente del Basento come ilTora.
«Questa situazione è emersa anni e anni fa Curcio – ora ci troviamo non al punto di partenza, ma in una situazione peggiore di quella del punto di partenza perché, nonostante messe in atto alcune operazioni di contrasto, l’inquinamento non si è interrotto».
IL FLOP DELLA BARRIERA IDRAULICA
Durante la conferenza stampa il procuratore si soffermò sul clamoroso “flop” della barriera idraulica approntata proprio per evitare la propagazione della contaminazione, emungendo l’acqua dalla falda a valle dell’ex Daramic.
Inoltre definì “inquietanti” i fenomeni di inquinamento registrati a distanza di molti anni dalla chiusura dello stabilimento.
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