Occasione mancata, testo confuso e senza risorse nuove

Una riforma organica oppure “un grande pasticcio amministrativo”. Il testo unico regionale sulla cultura non soddisfa l’opposizione regionale, che all’indomani dell’approvazione in Aula del Testo Unico della Cultura e dell’Impresa Creativa, ha lanciato un attacco frontale alla maggioranza di sinistra e all’assessore Tommaso Bori.
Il provvedimento, passato a larghissima maggioranza (contrari solo i banchi di centrodestra e del Terzo Polo), viene definito “un’occasione storica sprecata” dai consiglieri Paola Agabiti, Eleonora Pace, Matteo Giambartolomei (Fratelli d’Italia), Enrico Melasecche, Donatella Tesei (Lega Umbria), Andrea Romizi, Laura Pernazza (Forza Italia) e Nilo Arcudi (Tp-Uc).
Secondo l’opposizione, il nuovo testo non solo è “confuso e privo di visione”, ma rischia di fare un passo indietro rispetto a leggi che avevano reso l’Umbria un modello anche fuori regione.
Il primo colpo è politico e personale. “L’assessore Bori non si è inventato assolutamente nulla – attaccano i consiglieri di minoranza – Temi come lo spettacolo dal vivo e il welfare culturale erano stati impostati dalla precedente legislatura fin dal 2020-2021”.
Secondo l’opposizione, l’attuale giunta si sarebbe limitata a incartare in un unico testo (il Testo Unico) provvedimenti già avviati dalla precedente amministrazione. La prova? I numeri. “La giunta precedente ha lasciato 10 milioni di euro di fondi FSC per gli attrattori culturali, 5,4 milioni del FESR per la riqualificazione di beni culturali, e 10 milioni sempre dal FESR per sostenere le imprese culturali, di cui ancora 3,2 milioni disponibili”.
La tesi è chiara: “Questo provvedimento non introduce nuove risorse. Il nuovo Fondo regionale per la cultura è solo un contenitore in cui confluiscono attività che prima avevano canali di finanziamento dedicati”.
L’accusa più pesante riguarda il depotenziamento di esperienze legislative virtuose. “Il caso più evidente – scrivono i consiglieri – è quello della legge sulle manifestazioni e rievocazioni storiche, oggi ridotta a un solo articolo”.
Una legge che, negli anni, aveva fatto scuola in Italia per la capacità di valorizzare le tradizioni locali (dalla Festa dei Ceri alla Corsa all’Anello di Nocera Umbra) viene ora compressa in una norma marginale. Per l’opposizione, si tratta di un segnale di “disattenzione” verso un settore che muove milioni di euro e turisti in Umbria.
Duro anche il capitolo sui musei privati. Secondo i consiglieri di minoranza, la nuova legge presenta “criticità e carenze gravi”. In particolare, denunciano l’anacronistica impronta dirigista dell’impianto amministrativo, ma anche l’illegittima omologazione dei musei privati a quelli pubblici, con l’imposizione degli stessi standard e percorsi previsti per lo Stato e una malcelata considerazione dei musei privati come soggetti minori, anziché valorizzarne l’apporto alla cultura.
“Così – sostengono – i musei privati, le biblioteche, gli ecomusei rischiano di avere meno risorse rispetto al 2024”.
Il punto che forse fa più male, politicamente parlando, è l’ultimo: l’assenza di una clausola valutativa nella legge. Nessun meccanismo che permetta, tra un anno o due, di verificare se la riforma ha funzionato, se le risorse sono state spese bene, se gli obiettivi sono stati raggiunti.
“La volontà di evitare l’inserimento di una clausola valutativa – attaccano Agabiti, Pace, Giambartolomei, Melasecche, Tesei, Romizi, Pernazza e Arcudi – è indice di una incultura istituzionale di base e forte carenza di senso della democrazia”.
E concludono: “Impedire qualsiasi possibilità di valutare a posteriori i risultati di questo rimaneggiamento in peius della materia fa emergere, più di qualsiasi altra spiegazione, quale scarsa considerazione abbia questa giunta della trasparenza e del merito, sacrificati per l’ennesima volta dalla sinistra”.
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