Marche

50enne sotto accusa per maltrattamenti. «Si truccava per coprire i lividi»

JESI «Si copriva sempre, anche d’estate portava le sciarpe e i vestiti con le maniche lunghe. Sul viso si truccava in maniera pesante». Il motivo? Voleva coprire i lividi lasciati dalle botte del marito. È quanto emerso ieri mattina dalla testimonianza di un carabiniere, nonché cognato della 42enne che ha portato a processo il coniuge con una sfilza di accuse: maltrattamenti, lesioni personali, tentato accesso abusivo al sistema informatico. L’uomo, un carabiniere di 50 anni, deve anche rispondere di un episodio di tentata violenza sessuale.

La denuncia

La donna, parte civile con l’avvocato Raffaele Sebastianelli, aveva denunciato i soprusi il 29 marzo del 2024. «Era scappata da casa dopo aver preso le botte.

L’ho portata in caserma, poi al pronto soccorso» ha riferito il testimone citato alla procura. «Il 17 dello stesso mese mi aveva chiesto di portarla all’ospedale perché era stata picchiata, ma non mi disse da chi. Si presentò a casa mia con il volto tumefatto». Un clima di tensione, quello tra la coppia di ormai ex coniugi, derivato da un presunto tradimento del 50enne. «Spesso litigavano tra loro, a lei era stata anche installata un’app per controllare il telefono» ancora il cognato della persona offesa. «Ora, con il processo in corso, capisco molte cose: perché portava anche d’estate le sciarpe e i vestiti con le maniche lunghe. Al mare ricordo che un giorno la vidi con gli ematomi sul costato. Mi disse che era colpa dei problemi circolatori».

Dopo una prima forma di reticenza, con la denuncia ormai sporta, la donna aveva elencato al cognato i soprusi subiti. Alcuni, in parte, sono stati ripetuti in aula: «Una volta mi mandò una foto con il volto contuso, mi disse poi che un giorno aveva ricevuto un pugno in faccia perché aveva rifiutato un rapporto sessuale con il marito. E, poi, c’erano gli insulti: sei pazza, ti seppellisco viva cosi che non trovino il corpo». E ancora: «Non ti crederà nessuno, perché tu sei pazza e io sono un poliziotto».

Sul banco dei testimoni anche una collega di lavoro della 42enne. «Un giorno mi passò a prendere a casa con l’auto, aveva gli ematomi sul collo e sul braccio. Mi disse: si, è quello che pensi. Vidi i lividi anche altre volte» ha raccontato la collega. Una sera, in un ristorante, la 42enne aveva iniziato a confidarsi sui soprusi subiti. Si era interrotta con l’arrivo dei marito: «Che poi abbiamo rincontrato fuori dal locale, dove si era messo con la pattuglia». Anche in un’altra occasione, si sarebbe piazzato con l’auto di servizio fuori dal ristorante dove aveva cenato la donna. L’uomo, difeso dagli avvocati Giulia Percivalle e Monica Clementi, deve ancora essere sentito. Non ha scelto riti alternativi sicuro di poter smontare le accuse nel corso del dibattimento.




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