Con ‘via da Salone 323’, un giovane gruppo di scout prova a rompere lo stigma sul campo rom
di Federica Morrone
Si comincia così, guardando da vicino, non da un’idea, ma da un’esperienza reale costruita nel tempo. Un gruppo di scout giovanissimi, il Clan Il Nomade dell’AGESCI Roma 8°, ha scelto di entrare davvero dentro uno dei luoghi più complessi della città, il campo rom di via di Salone, nella periferia est di Roma. Non per attraversarlo, non per osservarlo da fuori, ma per restarci. Per conoscere. Per costruire relazioni. Per due anni.
Da questa esperienza nasce il documentario collettivo Via da Salone 323, che racconta molto del nostro Paese. L’insediamento rom, sorto nel 2006 come soluzione temporanea, è diventato negli anni una condizione stabile per centinaia di persone. Uno spazio isolato, distante dai trasporti, dai servizi, dalla città stessa. Un luogo in cui la quotidianità si muove dentro confini stretti: accesso difficile alla casa, al lavoro, alla scuola, alla sanità. Ma anche un luogo attraversato da desideri semplici e universali: normalità, stabilità, futuro.
È proprio qui che questi ragazzi hanno deciso di stare. Non si sono limitati a osservare. Hanno lavorato. Hanno fatto volontariato continuativo nel campo, costruendo nel tempo una relazione reale con le persone che lo abitano. Hanno studiato la cosiddetta “questione rom”, senza scorciatoie. Hanno visto da vicino la distanza tra le politiche e la vita concreta delle persone. Solo dopo è arrivato il racconto. Il documentario è un intreccio di voci. Gli abitanti del campo parlano in prima persona, spesso attraverso video girati da loro stessi, senza mediazioni. Le storie restituiscono una realtà che raramente trova spazio nel dibattito pubblico, fatta di contraddizioni, ma anche di resistenza quotidiana.
C’è Monica, che vive in pochi metri quadrati con quattro figli. C’è Stella, adolescente che si prende cura dei fratelli più piccoli. C’è Milosh, che ha ottenuto il permesso di soggiorno ma resta intrappolato tra costi, burocrazia e pregiudizio. Non sono “casi”. Sono vite. E accanto a queste vite, c’è il lavoro concreto dei ragazzi. Uno dei segni più evidenti è il Container 72. Uno spazio inutilizzato che è stato ristrutturato e trasformato in un doposcuola, un luogo di aggregazione per i bambini del campo. Un intervento semplice, ma decisivo: creare uno spazio in cui qualcosa può accadere. Non è simbolico. È reale.
Ed è proprio dentro questa esperienza che qualcosa cambia anche nei ragazzi. “Entrare e vivere il campo rom ha cambiato il mio modo di osservare la realtà. Sapere che a poco più di mezz’ora dalla nostra sede scout possa esserci una condizione di vita così precaria mi ha completamente sconvolto”, racconta Giuseppe Francesco Tedeschi. Nelle sue parole si percepisce il passaggio tra ciò che si immagina e ciò che si scopre davvero.
“Entrando a Salone mi sono sentito come se regalare un sorriso a quei bambini fosse l’unica cosa che potessi fare. Questo sentimento di impotenza mi spinge ogni giorno a voler portare all’esterno l’esperienza che ho vissuto”, dice Niccolò Guida. E qui si coglie un altro passaggio profondo, dall’impotenza alla responsabilità e alla voglia di raccontare.
Il progetto non offre risposte facili. Non semplifica. Al contrario, insiste sulla complessità. Mostra la distanza tra ciò che viene deciso e ciò che viene vissuto. Mette in discussione l’idea stessa di “campo”, non solo come spazio fisico, ma come costruzione mentale, come modo di guardare. La domanda resta aperta: se i campi spariscono, sparisce anche lo stigma? Oppure continua a esistere, invisibile, nello sguardo collettivo? Questo lavoro non chiude la questione, ma obbliga a guardarla davvero. È già molto in un tempo in cui tutto scorre veloce e si consuma in superficie.
C’è una qualità rara nel progetto, non è solo l’impegno, è il modo in cui quell’impegno diventa uno sguardo che non pretende di spiegare tutto, ma prova, con rispetto, a vedere. E oggi è proprio quello che serve.
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