Salute

Correre è un’esperienza a sé. E la lezione etiope ha molto da insegnare

di Marco Pozzi

Ci sono momenti comuni fra gli sportivi, indipendentemente dallo sport praticato. Iscriversi a una corsa è un passaggio che, nel corso degli anni, molti hanno affrontato con curiosità e sfida. La corsa è la base sul campo di basket, calcio, rugby, e partecipa all’allenamento aerobico in boxe, ciclismo, arti marziali, volley, o tante altre discipline, per costruirsi il fiato necessario alla competizione.

Ma correre è pure un’esperienza a sé, il gesto atavico di spostare in modo naturale un piede avanti l’altro per spostarsi sul terreno (i bimbi corrono spontaneamente senza dover chiedere “usciamo a correre”). Negli altri sport ogni tanto accadono belle azioni, ci sono pause, applausi, saliscendi: nelle corse si va avanti senza gratificazione istantanea, senza il piacere di compiere alcun gesto eclatante; la bellezza è nella ripetizione.

Un runner spesso sa rispondere alla domanda se preferisce correre da solo o in compagnia; ma non è detto che riesca ad articolare una risposta sul perché corra. Molti fattori concorrono alla risposta e non è facile trovare un ordine fra gli elementi, né legarli fra loro, così come per l’artista è difficile rispondere alla domanda sul perché si scriva, si suoni o si disegni.

Un libro del 2022, pubblicato da Add, apre insoliti spunti di riflessione sulla corsa: Correndo nell’aria sottile, scritto Michael Crawley, antropologo e professore inglese, che alla dimensione universitaria aggiunge quella di maratoneta: teoria e pratica, speculazioni ed evidenze sperimentali.

Fra il 2015 e 2016 l’autore ha trascorso quindici mesi in Etiopia a correre insieme ad atleti locali di tutti i livelli, dall’amatore al campione in gare internazionali, e ne ha ricavato riflessioni generali sulla corsa, sia come atto individuale sia come atto collettivo. “Ti alleni da solo per motivi di salute. […] Per migliorare devi correre con gli altri” (p. 38), gli hanno detto, poiché “«seguire i piedi di qualcuno» non vuol dire soltanto condividere il suo ritmo, ma assorbire parte della sua energia, ed è per questo che per i runner di Addis Abeba condurre, o dettare il passo, equivale a «portare il fardello di qualcun altro»” (p. 75). L’energia scorre fra le persone, si trasmette fra le persone: come mangiare insieme, fare festa insieme, partecipare a eventi sociali, correre collega gli individui.

In Occidente si pensa che in Etiopia e Kenya corrano i più poveri, a piedi nudi per altipiani in quota, mentre in realtà i runner devono essere aiutati dalle famiglie, e necessitano di tempo e soldi per allenarsi, per comparsi il necessario, per poter non lavorare. Non è un caso che fino al 2000 tutti i medagliati olimpici dell’Etiopia provenivano da club militari, come investimento dello Stato.

L’autore dice che durante il suo soggiorno non ha mai sentito nominare la parola “talento” o “abilità naturale”, ma soltanto “lamented”, che significa “adattamento” o “abituarsi a qualcosa”. Si corre nel proprio ambiente, nella propria società; si corre naturalmente la notte: “correre è un’opzione per tutte le ore del giorno e della notte, così come dormire. L’importante non è il tempo dedicato a fare qualcosa, ma l’energia che viene impiegata. E se non si dorme in un orario particolare, va bene lo stesso” (p.18).

In Etiopia è diverso il rapporto con la tecnologia. I runner si fidano della “sensazione di certezza interiore”, più che degli orologi. È distante l’idea che il successo dipenda dalla precisione nel misurare i tempi e le caratteristiche fisiologiche dell’atleta; lontana è l’idea che, in un laboratorio, un tecnico specializzato sappia di cosa è “fatto davvero un runner” (p. 129) più del runner stesso.

Forse pensieri simili attraversano la mente di chi, in questo inizio di primavera, si dà appuntamento per correre nei nostri parchi cittadini. Mattina, sera o pausa pranzo, correndo si entra un flusso costante, sempre presenti a sé stessi, al contrario di ciò che accade per altre attività quando si fa una cosa e se ne pensano mille altre.

E poi, quando si torna a casa da una corsa si sta sempre meglio di quando si è usciti… Anche i sapori del cibo sono più nitidi sul palato e l’acqua, l’acqua fresca è la cosa più pura che si possa percepire, quando scende nella gola, pura e perfetta. Neppure si può riposare altrettanto profondamente quando ci si corica stremati, addormentandosi già col pensiero di rifarlo il giorno successivo.


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