Venerus, Atlantico, Roma – Live Report :: OndaRock

Vorrei partire dalla fine del concerto, dalla tenda semi-trasparente che funge da sipario, sulla quale più volte durante il set vengono proiettate delle immagini. Venerus e la sua band hanno appena terminato di eseguire “Fra le tue braccia”, il nuovo instant classic inciso in duetto con Cosmo. Il gruppo abbandona il palco e Andrea Venerus resta da solo, seduto davanti al piano, le mani sopra la tastiera, mentre sulla tenda scorrono le immagini di un abbraccio collettivo. Il significato del concerto è tutto qui, il calore di un abbraccio, di un suono che crea un guscio confortevole, in grado di accarezzare l’ascoltatore, ma anche di sorprenderlo piacevolmente con svolte inattese.
E’ cambiato, il set di Venerus, rispetto ai tempi di “Magica Musica”: all’epoca era bravissimo a sopperire al numero ancora ridotto di canzoni in repertorio, diluendole nella trasposizione live in code che prendevano le sembianze di piacevoli, coloratissime e imprevedibili jam psichedeliche. Oggi Andrea si presenta nelle vesti di leader di una rock band più essenziale, rinunciando ai fiati e alla fluidità espressa agli esordi, ricercando un’efficace semplicità. Le sue canzoni rispecchiano il compatto minutaggio delle versioni in studio, come se Venerus in questa fase avesse deciso di “asciugare” la propria musica. Canzoni che fanno ballare e piangere, divertire e commuovere, che si lasciano attraversare dalla poetica di un cantautore tra i più sensibili e ispirati della propria generazione, quella degli odierni trentenni-o-poco-più che hanno scelto di non accontentarsi delle facili sirene dell’it-pop per provare a imporsi come voci fuori dal coro, dedicandosi all’esplorazione, alla sperimentazione, appoggiandosi a collaborazioni visionarie (leggi MACE) per ideare un suono personale.
Con tre album all’attivo e una scaletta ben più ricca, oggi il set appare per così dire “normalizzato”, meno sorprendente, ma senza perdere un grammo di personalità, grazie a un songwriting di grande qualità. L’ossatura della scaletta è incentrata ovviamente sulle canzoni del disco più recente, “Speriamo”, pubblicato lo scorso novembre, ma non mancano riferimenti ai lavori precedenti. Uno show impreziosito dalla presenza di un gradito ospite, Gemitaiz, che affianca Venerus in tre canzoni. “Un giorno triste”, “Buyo” e “Senza di te”, un classico del rapper romano.
Il concerto si apre con la dedica alla propria moto, alla quale Andrea è affezionatissimo, e la prima parte si chiude sulle note de “Il tuo cane”, una delle sue composizioni più belle, con la chitarra che assume contorni quasi shoegaze. Segue una sezione di quattro canzoni durante la quale Venerus resta sul palco da solo, pianoforte e voce, poi di nuovo tutti in scena per la cavalcata finale, inaugurata da uno dei suoi pezzi più amati, “Sei acqua”.
Venerus si dimostra un’eccellenza quando punta tutto sull’intensità, architettando strofe cerebrali seguite da ritornelli killer dal gusto retrò. La sua ecletticità lo porta a eccellere sia quando opta per le atmosfere minimali (“Istruzioni”), sia quando concepisce brani frizzanti, percepibili come potenziali tormentoni estivi. È il caso di “Sola”, istantanea su una ragazza incrociata in una pista da ballo che esprime col solo movimento del corpo le proprie scelte di libertà e indipendenza. Nel corso dello show Venerus esprime le sue sfaccettature artistiche, tutte efficaci e credibili, confermandosi nella ristretta cerchia degli autori italiani più vulcanici e interessanti di questi anni Venti.




