Puglia

Il ciclismo sempre grande protagonista nella storia sportiva di Barletta

“Il ciclismo sempre grande protagonista nella storia sportiva di Barletta. Su strada o sulla pista del Simeone il richiamo delle due ruote ha sempre segnato la vita della gente”. Inizia così l’intervento in esclusiva per BarlettaLive.it del giornalista e divulgatore Nino Vinella in occasione dell’incontro di oggi lunedì 27 aprile alle ore 17, presso Palazzo San Domenico, del Sindaco Cannito col presidente della Federazione Ciclistica Italiana dott. Cordiano Dagnoni per discutere sul riutilizzo del Velodromo “Lello Simeone” visto l’approssimarsi dei lavori di riqualificazione.

Prosegue Vinella: “La costruzione del Velodromo, iniziata durante il ventennio fascista, terminò negli Anni Trenta: inaugurazione col nome di “Littorio» e poi negli anni Cinquanta il definitivo lancio nel mondo del ciclismo nazionale, quando la città della Disfida era sede del Comitato regionale pugliese-lucano dell’U.V.I. (Unione Velocipedistica Italiana) visto che con i suoi 333,33 metri quella di Barletta è sempre stata l’unica pista omologata dalla Federazione ciclistica in Puglia” scrive Nino Vinella in un suo recente articolo. Il campione Fausto Coppi vi gareggiò nel 1959. Oggi, grazie all’intervento del senatore Dario Damiani, non solo sono stai reperiti i fondi necessari per la riqualificazione ma sono state avviate proficue interlocuzioni con la Federazione nella convinzione  che, sin da subito, il velodromo ritorni a vivere”.

Aggiunge sempre Vinella: “C’era lui, Gino Bartali, gran patriarca e personaggio della storia ciclistica italiana, in tribuna d’onore: commentava dalla postazione Rai nel “Processo alla tappa”, la battuta di sempre che “l’è tutto sbagliato, l’é tutto da rifare”. Ma a Barletta fece i complimenti per primo: fu tutto perfetto. Era giovedì 29 maggio 1980: l’arrivo in città della tredicesima tappa del 63° Giro d’Italia, la Lecce-Barletta, una delle più lunghe e “panoramiche” di quell’edizione partita da Genova e giù giù nello Stivale per poi risalire da Lecce, raduno a piazza Sant’Oronzo, il “via” da Porta Napoli. Traguardi regionali a Brindisi e Bari. Ben 220 kilometri per attraversare tutta la Puglia, risalendola da sud a nord per approdare con la scelta obbligata proprio di Barletta nella stesura del programma sportivo. All’indomani, la carovana dei “girini” sarebbe ripartita da Foggia verso Roccaraso.

Fu così l’orgogliosa Barletta dell’entusiasmo sportivo a fare gli onori di casa, a ricevere il premio più grande davanti a tutta l’Italia televisiva dopo decenni di ciclismo pionieristico su strada in formato regionale ed oltre: Barletta sede nel dopoguerra dell’U.V.I. (Unione Velocipedistica Italiana) grazie alla caparbietà di Mosé Sanna e di Antonio Riccheo, promotori del Giro di Puglia e Basilicata, come pure di Michele Lanotte, col suo gruppo sportivo ed il “Giro dell’otto” chiamato così proprio perché disegnava quel numero sulla carta geografica delle futura Provincia Barletta Andria Trani.

In quegli anni, anche il ciclismo su pista trovò in Barletta un tangibile e indiscusso punto di riferimento con il velodromo in cemento nello stadio comunale intitolato a Lello Simeone. In quella memorabile giornata fu tutta la città a godersi i fotogrammi finali dell’evento in una stagione forse irripetibile dello sport-spettacolo (ed ancora fuori dal doping) più popolare, tipico appunto del Giro d’Italia.

La cronaca di allora. Pomeriggio di sole, nemmeno le quattro di pomeriggio. Come succederà giovedì prossimo, la carovana proveniva da via Trani ed entrò in velocità a Barletta da piazza Fratelli Cervi, all’epoca un grandissimo spazio stradale senza il monumento a Fieramosca, inaugurato a marzo nei giardini del Castello. Già lì furono centinaia i barlettani assiepati ed entusiasti a dare il benvenuto ai corridori che sfilarono poi lungo corso Cavour col suo “pavè” di sanpietrini per svoltare compatti a sinistra dall’inizio di corso Garibaldi con una sequenza da film. Balconi gremiti di gente ad applaudire ed incitare. Passaggio veloce da piazza Monumento: e finalmente ecco spuntare in fondo lo striscione dell’arrivo nei pressi della scuola elementare D’Azeglio al termine del rettilineo sull’incrocio fra viale Giannone, via Imbriani e via Baccarini”.

Prosegue e conclude così Vinella il suo amarcord: “Un ordinatissimo e festante bagno di folla dietro le transenne, tantissime foto ricordo e gli autografi dei campioni (Battaglin, Panizza, Baronchelli, Visentini). Fu Beppe Saronni il vincitore della tappa: personaggio tutta simpatia, il bello che piaceva alle donne, distintosi per quella sua volatona sul gruppone degli avversari. Furono infatti le sue tantissime fans ad applaudirlo in mezzo al pubblico…

Questo l’ordine di arrivo ufficiale, con le rispettive scuderie: 1° Saronni (Gis Gelati); 2° Bertin (Francia: Renault-Gitane-Campagnolo); 3° Martinelli (Mobili San Giacomo-Benotto); 4° Gavazzi (Magniflex); 5° Mantovani (Hoonved-Bottecchia); 6° Moser (Sanson-Campagnolo); 7° Morandi (Hoonved-Bottecchia) ; 8° Villemiane (Francia: Renault-Gitane-Campagnolo); 9° Hindelang (Germania: Kondor ); 10° Tosoni (Famcucine-Campagnolo). Saronni vinse poi altre sei tappe, terminando al settimo posto della classifica finale: la maglia rosa fu vestita a Milano dal francese Bernard Hinault (Renault-Gitane- Campagnolo).

Aggiunge Vinella: “In una rara pubblicazione curata dal dottor Oronzo Pedico e stampata dalla Tipografia Rizzi & Del Re, si fa il bilancio dell’annata ciclistica 1953 (giusto settantatré anni fa…) in sessanta pagine dense di notizie, statistiche, benemerenze e dove vengono citati uno per uno quei personaggi che popolavano quella irripetibile stagione sportiva, dove lo Sport era fenomeno di massa, e dove ha trovato spazio anche Raffaello Del Rosso, prolifico corrispondente di vari giornali e testate sportive che, quantunque mutilato, produsse una valanga di servizi e di articoli…”

Note personali. Il “quartier tappa” venne sistemato un paio di giorni prima nella scuola elementare D’Azeglio, che volentieri si offriva come punto logistico: sala stampa, direzione, organizzazione, medico, giuria e i telefoni per i giornalisti, in un’epoca senza cellulari (difficile spiegarlo…) e dove per dettare il pezzo agli stenografi bisognava chiedere al centralino la telefonata in partenza da Roma, Bari o Milano, quella benedetta “erre” che appunto significava la chiamata a carico del giornale. Altri tempi davvero. Ma belli da ricordare per averli vissuti…”

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