Approfondimenti – Non solo Angine de Poitrine
C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero
Daft Punk, Residents, Buckethead, Slipknot, Lightning Bolt, MF Doom, The Locust. La storia della musica pop è costellata di identità occultate, corpi schermati, presenze che scelgono di non concedersi allo sguardo diretto. Lì dove si gioca gran parte dell’identità — nel volto, nello sguardo — intervenire per sottrazione rischia di appiattire; nelle condizioni giuste, però, il trucco può produrre una moltiplicazione delle possibilità.
La varietà delle soluzioni in campo è rivelatrice: dalle coperture minimali dei nostrani Bloody Beetroots o del “cowboy mascherato” Orville Peck, fino agli elaborati costumi full-body degli statunitensi Gwar e dei finlandesi Lordi. Passando per i coprivolto appariscenti di SBTRKT e deadmau5 e le opzioni a basso costo come le mascherine chirurgiche dei Clinic o quelle di gomma dei Clown Core (Louis Cole + Sam Gendel… o almeno così pare). Una ramificazione che traduce, nonostante tutto, un processo comune: la ricombinazione di modelli per ottenere un’immagine che rispecchi la musica, si intrecci con essa e ne potenzi l’impatto.
La strategia esiste da quando esiste il pop, ma oggi pesa forse più che mai. L’immagine è sempre stata un terreno di competizione, almeno quanto la musica; a essere cambiata, oggi, è però la posta in gioco. Se un tempo la costruzione del personaggio serviva a chi aveva già visibilità per imporsi come dominante, oggi è spesso una leva minima per riuscire a emergere in un panorama saturo. In questo scenario, chi non dispone di team creativi strutturati — capaci di costruire personaggi, narrazioni e presenza pubblica in modo capillare — deve trovare scorciatoie efficaci: coprire il volto sposta il gioco su un altro piano, permettendo con mezzi ridotti e un po’ di fortuna di aumentare il proprio fattore d’impatto.
In anni in cui agli artisti si chiede di mettere in scena ogni aspetto se stessi — di far combaciare musica e biografia, reale o presunta — la copertura del volto è uno scarto laterale, che non simula autenticità ma la sospende. E questa sospensione può risultare più leggibile, perfino più onesta, rispetto a identità costruite per sembrare naturali.
Il volto coperto attira lo sguardo, ma da solo non basta per mantenerlo agganciato: al massimo lo orienta, mettendo a fuoco un’identità musicale che deve già funzionare. L’anonimato, poi, non è un valore in sé né una condizione univoca: può essere totale, parziale o perfino irrilevante, perché ciò che conta è come quella scelta viene costruita e fatta funzionare nel contesto del progetto.
In molti casi il gioco avviene sul piano del worldbuilding — la costruzione di un contesto narrativo fatto di simboli, ambientazioni e figure ricorrenti — che estende l’immaginario oltre la durata dei brani e li rende parte di un mondo, esercitando un magnetismo che spinge l’ascoltatore verso qualcosa di più vicino a un adepto.
Capita poi che alcuni progetti riescano a sfruttare il volano di piattaforme come KEXP, emittente radiofonica e canale YouTube statunitense noto per le sue session live. Nei loro studi sono passati Angine de Poitrine, Austin TV, Glass Beams — progetti che grazie alla loro componente visiva “bucano” lo schermo e riescono a imporsi anche quando la proposta musicale, presa isolatamente, tenderebbe a restare più circoscritta.
Farsi notare e sottrarsi alla vista non sono insomma due direzioni opposte, ma due articolazioni della stessa scelta, entrambe orientate a portare il progetto — non chi lo realizza — al centro dell’attenzione. I portoghesi Gaerea lo dicono con estrema chiarezza: «Non crediamo che alla gente interessino poi così tanto i nostri volti. A noi non interessa: non siamo celebrità. […] Se la nostra arte è abbastanza unica da definirci, non abbiamo bisogno di mostrare i nostri volti». Sparire, per consentire di notare ciò che conta davvero: è questo il paradosso — ed è proprio qui che si annida il fascino della mossa.
I dodici esempi qui selezionati non sono che un campione: una porzione ridotta di un fenomeno che si dipana già lungo molte direzioni. Una parte consistente proviene dall’area metal, dove il pubblico ha una predisposizione per l’immaginario occulto, rituale o sacrale. Qui, anche per una minore disponibilità di mezzi rispetto al mainstream e per un campo già molto affollato, la costruzione di un’identità peculiare è da tempo uno degli strumenti più immediati per distinguersi. Ma le forme in circolazione sono molte di più, e altre stanno emergendo ora, spesso ai margini: il campo di gioco continua a espandersi e, c’è da immaginarselo, è destinato a mutare ulteriormente nel prossimo futuro.
Portal (blackened death-metal)

Estrema e assordante, la proposta degli australiani Portal è un maelstrom blackened death-metal decisamente sperimentale. Se gran parte del metal ha smesso di essere quello che era stato agli esordi, divenendo sempre più un genere ormai al limite del mainstream, la musica dei Portal fa invece ancora paura come probabilmente facevano i primi dischi thrash degli anni 80 o i primi dischi black degli anni 90. Il loro anonimato è garantito dai cappucci neri dei musicisti (più o meno come i Mgła) e dalla maschera del cantante che può variare negli anni dalla testa di caprone a maschere vagamente orientali (simile a quelle dei Cult Of Fire). Ma oltre all’aspetto visivo la musica dei Portal dà un nuovo significato al concetto di sperimentazione nel variegato mondo del metal, molto spesso troppo standardizzato.
Mgła (black metal)

Nichilismo, estremismo, disillusione. Potrebbero essere queste le tre parole che sintetizzano al meglio la filosofia della band polacca black metal dei Mgła, divenuti celebri con “Exercises In Futility” (2015), mastodontica suite black metal divisa in sei movimenti. Suonano incappucciati con giubbotti di pelle nera, impassibili di fronte al pubblico a testimoniare una totale volontà di anonimato, senza alcuna teatralità tipica di tante band della stessa scena. Il suono monolitico e Ia compattezza delle chitarre sono il loro marchio di fabbrica che li rendono ben riconoscibili all’interno di una scena estremamente varia. I Mgła non hanno alcuna verità da urlare come il black metal norvegese, la loro volontà è smontare ogni pensiero ritenuto vero dalla società moderna, accettare e sottomettersi al grande nulla che avvolge l’umanità. Una filosofia che rende ogni loro concerto una profezia collettiva.
Austin TV (post-rock)

Gli Austin Tv provengono da Città del Messico, suonano post-rock strumentale e sono nati nel 2001 dalla fusione della band punk Fall Children e la band grunge Marca Registrada. Il loro post-rock risente, soprattutto agli esordi, delle influenze delle band precedenti (“La Última Noche Del Mundo” del 2003) per poi alleggerire il loro sound, lasciandosi influenzare da sonorità più vicine ai Mogwai, come nel loro ultimo Lp “Rizoma” (2023). Ovviamente si sono sempre esibiti con maschere sempre differenti nell’arco degli anni, divenendo oggetto di culto in particolare in Messico, dove la webzine Indie Rocks! e le versione locali di GQ e Rolling Stone li inquadrano come un riferimento fondamentale della scena indipendente nazionale.
Imperial Triumphant (avant-metal)

Il trio avant-metal newyorkese degli Imperial Triumphant ha unito influenze death e black metal con l’elettronica sino addirittura al jazz e alla classica (il fortunatissimo “Vile Luxury” del 2018) con composizioni elaborate quasi ai livelli dei Meshuggah e l’utilizzo saltuario di ottoni che rendono il loro sound particolarmente alieno. Questo percorso evolutivo, tra atmosfere decadenti da post-apocalisse (“Chernobyl Blues”), assordanti code strumentali di rara violenza (“The Filth”) e citazioni cinematografiche (“Alphaville”), continua ormai da più di dieci anni e non sembra conoscere cedimenti. Le maschere dorate che possono ricordare quelle del film “Eyes Wide Shut” rappresentano la decadenza della civiltà occidentale, tema caro alla band.
Ghost (arena rock)

Per mettere insieme otto milioni e passa di ascoltatori non basta una mise azzeccata: gli svedesi Ghost (nati nel 2006) hanno costruito un impero su un suono che nelle strutture dell’heavy metal melodico di Blue Öyster Cult e Mercyful Fate innesta una sensibilità pop ereditata dai connazionali ABBA. Al centro del progetto la figura di un anti-papa demoniaco — impersonato da Tobias Forge attraverso diverse incarnazioni, da Papa Emeritus I fino all’attuale Papa V Perpetua — scortato dai Nameless Ghouls, musicisti che celano l’identità dietro caschi scuri solcati da tubi e respiratori. La lore del gruppo si dipana attraverso una sceneggiatura meticolosa, a un passo dal kayfabe del wrestling: il ruolo di leader passa di mano con “licenziamenti” e colpi di scena teatrali che alimentano un culto costante. Con il picco in “Meliora” (2015), release solide hanno trasformato l’immaginario occulto in una macchina da arena rock capace di rendere la solennità liturgica un veicolo per inni da stadio.
Cult Of Fire (black metal)

Vestiti con lunghi abiti colorati, maschere dorate e corone, come una via di mezzo tra antiche re, sciamani o sacerdoti indiani, i Cult Of Fire hanno contribuito a rinnovare le sonorità (e l’estetica) del black metal con la spiritualità e il simbolismo dell’India. Provengono dalla Repubblica Ceca e hanno esordito con l’Ep “20:11”, dedicato alla catastrofe di Chernobyl, per poi espandere il proprio pubblico con l’accoppiata “Triumvirát” (2013) e “मृत्यु का तापसी अनुध्यान” (2014, titolo in sanscrito, traducibile in inglese come “Ascetic Meditation Of Death”). Il mix di sonorità black dilatate con ambizioni psichedeliche e le radici affondate a piene mani nel metal nero scandinavo, rendono il loro sound particolarmente interessante per chi cerca nel metal un continuo rinnovamento. Se a questo si aggiunge la loro estetica, le maschere e la teatralità di un palco curato nei minimi dettagli, si può affermare che i loro live siano tra i più interessanti proposti da band metal negli ultimi dieci anni.
Goat (psych-rock)

Provenienti da Korpilombolo, un remoto villaggio svedese pressoché sconosciuto, i Goat si ispirano alla tradizione delle band degli anni ’60 al confine tra psichedelia e comunità hippie, sovrapponibili a realtà come i The Fugs e gli Amon Düül. I costumi da sciamano e le immancabili maschere ampliano la percezione della loro musica, arricchendo i ritmi psichedelici con suggestioni rituali particolarmente efficaci e coinvolgenti negli spettacoli live. I loro brani cercano una forma di world music ipnotica che conduce al ballo collettivo, a un’esperienza il più possibile condivisa, nel tentativo di annullare la distanza tra band e pubblico. I primi due album restano probabilmente i più interessanti, in particolare “Commune” (2014) che li ha fatti notare a tutte le principali riviste di settore.
Batushka (black metal)

Nell’ultimo decennio i polacchi Batushka hanno rappresentato una delle tante evoluzioni possibili del black metal. La loro estetica ispirata alla Chiesa ortodossa rende i live particolarmente originali, trasfigurando la liturgia della loro terra in una chiave oscura e blasfema. Croci, incenso, candele e abiti sacri danno vita a un cerimoniale rovesciato che cela i volti per creare ambiguità (alcuni hanno inizialmente pensato che dietro vi fosse Nergal dei Behemoth). La musica è particolarmente estrema e l’album più emblematico è probabilmente “Litourgiya” (2015), lavoro manifesto del black metal liturgico. Purtroppo varie vicissitudini legali hanno portato alla scissione della band: Krzysztof Drabikowski e Bartłomiej Krysiuk, le due anime del progetto, si separano dando vita a due versioni dei Batushka (mantenendo inizialmente lo stesso nome). Nel 2024 Krysiuk ha deciso di cambiare nome alla band e formare i Patriarkh.
Gaerea (post-metal)

Attivi dal 2016, i portoghesi Gaerea fondono l’irruenza del black metal con ampie dinamiche post-rock fatte di contrasti quiet/loud, una formula che ha trovato in “Mirage” (2022) il suo episodio più emblematico. L’anonimato dei volti è garantito da cappucci neri su cui campeggia un sigillo ispirato all’Ars Goetia, l’oscura pratica medievale dedicata all’invocazione di entità demoniache; un retaggio che, pur spogliato di intenti rituali, funge da fulcro visivo per la Vortex Society – ambientazione urbana e distopica che riflette la visione del gruppo sull’individualismo moderno, traducendo la solitudine in una desolazione senza spiragli. La recente virata verso un suono più muscolare e immediato ha avvicinato la band al metalcore, indebolendo il carattere atmosferico che ne aveva definito gli esordi.
Sleep Token (alternative metal)

Mistero, teatralità kitsch, sincretismo digitale. Gli inglesi Sleep Token sono fra i casi mediatici più discussi del metal recente, capaci di toccare picchi di 10 milioni di ascoltatori mensili su Spotify (ora assestati sui 5 milioni). Al centro del progetto l’enigmatico Vessel che, insieme ai compagni II, III, IV ed Espera, mette in scena un cerimoniale costruito su un fitto worldbuilding esoterico. Le maschere, tra il goth e il minimale, giocano su forti contrasti cromatici e parvenze di teschi decorate da segni pseudo-runici. Ogni brano è presentato come un token, un’offerta votiva dedicata a un’antica divinità chiamata “Sleep”. Se i primi lavori come “This Place Will Become Your Tomb” (2021) mantenevano un certo eclettismo tra r&b e breakdown alla Meshuggah, il successo globale di “Take Me Back To Eden” (2023) si è accompagnato all’adozione di uno stile più annacquato, dove la componente sintetica finisce per appiattire la varietà dei generi.
Angine de Poitrine (math-rock)

Il duo canadese di Saguenay, in Québec, è composto dai “fratelli” Khn e Klek e si presenta come una “orchestra mantra-rock dada pitago-cubista”, scommettendo tutto su costumi a pois e maschere geometriche. Un apparato visivo capace di rendere accattivante un math-rock di per sé canonico, percepito però come radicalmente nuovo da un pubblico molto più vasto di quanto abituale per il genere. Il gioco di maschere alla base del progetto non coinvolge solo il look: il duo sbandiera l’uso di scale microtonali, ma le note-fra-le-note intervengono in realtà come abbellimenti cromatici su impianti armonici standard. Anche l’architettura dei brani, pur ricca di incastri rapidi, poggia su basi ritmiche elementari, spesso riconducibili a marcette in 2/4. C’è da augurarsi che l’impatto di questa brillante sceneggiata possa ora accendere i riflettori sulla sperimentazione xenarmonica; campo che, lontano da travestimenti e clamore, rappresenta una delle poche autentiche novità espressive nel panorama rock contemporaneo.
Glass Beams (neo-psichedelia)

Nato a Melbourne durante la pandemia per iniziativa del polistrumentista Rajan Silva, il progetto Glass Beams ha bruciato le tappe: appena due Ep all’attivo, ma già un centinaio abbondante di date tra USA, Europa e Asia. Il successo deve molto all’insistente battage social, focalizzato sul look intrigante che vede i volti dei musicisti celati dietro maschere di perle di vetro e gioielli, simili a centrini dorati. Questa intrigante cornice visiva ben si abbina alla neo-psichedelia pacata dei terzetto, che fonde toni esotici e accenni surf in un suono funky/lounge dal carattere avvolgente. L’Ep “Mahal”, pubblicato su Ninja Tune nel 2024, rende al meglio la solidità di una proposta che sa combinare atmosfera, groove e suggestione: una miscela elegante e lineare, efficace come sottofondo e capace di intercettare perfettamente i meccanismi di raccomandazione dell’algoritmo di YouTube.
20/04/2026




