Stormo – Sogni che invadono il cielo
Dal Bellunese arriva un soffio di vento gelido che più perfido non si può. Una folata di musica estrema che travolge tutto e tutti, come se a generarla fossero state le stesse maestose montagne che dominano quella zona del Veneto. A innescare questa breve ma intensissima raffica di note glaciali e violente sono gli Stormo, una band di Feltre attiva ormai da vent’anni.

“Sogni che invadono il cielo”, il loro nuovo lavoro, contiene appena sei brani e non supera i venti minuti di durata. Canzoni che bruciano velocemente scorrono via in un concentrato di energia e pathos, capace di comunicare moltissimo anche in una frazione di tempo assai limitata. Gli Stormo, forti di uno stile decisamente personale, non la tirano tanto per le lunghe e puntano a impressionare l’ascoltatore con un mix musicale carico di elementi ma d’enorme impatto.
Una ricetta variegata, nella quale troviamo brandelli di black metal, post-hardcore e screamo, incredibilmente rumorosa ma al tempo stesso dotata di una sorprendente grazia, perché gli Stormo sanno come sfruttare a dovere la tensione emotiva insita nella loro musica.
Il risultato è un disco profondo e coinvolgente, a tratti persino elettrizzante, caratterizzato da un bel sound potente e definito che funziona particolarmente bene nei passaggi nei quali le sfumature melodiche provano a placare la forza di un mare perennemente in tempesta.
La band veneta, quasi fosse uno strano incrocio fra Cripple Bastards e Fine Before You Came, affonda la lama nella carne mentre “incasella” il suo dolore nelle più classiche strutture del miglior emo. La rabbia alla base della musica degli Stormo sembra seguire un ordine preciso, con una furia “controllata” che si sviluppa in continuo e in maniera sempre cangiante.
Si viene sballottati senza sosta dall’impetuoso hardcore di “Gesti” ai micidiali intrecci math e black di “Maree”, passando ancora per le atmosfere più quiete di “Estuari” e “Costellazioni” (gli episodi maggiormente melodici del disco), la pioggia blast beat di “Indaco/Ardesia” (per molti aspetti vicina ai Deafheaven) e i ritmi noise/industrial di “Isole”. Tutto questo in un lavoro breve quanto una fiammata, ma capace di ardere a lungo.
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