Cultura

Cosmo – La Fonte | Indie For Bunnies

Tornare alla fonte e scoprire l’origine” è il messaggio iniziale di questo viaggio mistico-naturale in cui ci fa immergere Cosmo col suo nuovo album, il sesto per la precisione, esattamente dieci anni dopo “L’ultima Festa”. Gli elementi naturali, l’acqua in particolare, permeano il nuovo lavoro “La Fonte”, realizzato e prodotto insieme a Not Waving aka Alessandro Natalizia col quale l’artista eporediese aveva realizzato il precedente album “Sulle Ali Del Cavallo Bianco“, e che si autodefinisce come fisiologica evoluzione dello stesso.

Il suono simile ad un handpan, quello che sembra il battito di mani che tiene il tempo, percussioni leggere, la corporeità che viene richiamata per “Tornare alla Fonte” – brano di apertura – inaugurano un rito sciamanico, lisergico, ad occhi chiusi immaginandosi a condividere il Tutto con altre anime erranti. Il singolo “Ciao” prosegue senza invadere un viaggio appena iniziato, “Totem e Tabù” disegna proprio l’immagine di un ritiro spirituale al centro ed in contatto con la Natura – “È appena cominciata questa notte
E gira tutto tipo una spirale”
– e a tratti sembrano cadere delle gocce d’acqua, la chitarra, lo shaker e il synth rendono questa produzione internazionale e vicina al contemporary R&B, a tratti urban e street-pop, ma più aspro come nello stile di Cosmo.

Credit: Giorgio Pettorino

“Ogni Giorno/Ogni Notte” accarezza il breakbeat in stile Bonobo di “Black Sands”, l’autotune è presente qui come in tutto l’album e non stride visto l’accento a tratti trance, chillwave e dreamy che ha l’album. Non so se è l’alterazione dovuta alla musica, ma verso la seconda metà del brano si percepisce anche il suono di un corno, un richiamo ancestrale tipico delle tribù antiche, frutto anche della probabile origine celtica della città di Ivrea. “Voglio tutto, voglio troppo Forse ho solo voglia di fermarmi” incalza Cosmo nella frenesia compulsiva della quotidianità.

Il tema del ritorno all’origine echeggia anche ne “La Fine” in cui la nascita, la creazione, segnano fine ed inizio sullo stesso traguardo – “Vorresti tornare nell’utero (Oh sì) E invece no che non si può” – in un continuo andare dell’essere umano in bilico tra l’essere nella comunità e vivere nella società – “E tutto intorno questo mondo impazzisce” – in cui sebbene messo a tacere, l’uomo non potrà mai far finta di non ascoltare la sua voce interiore. “Parlare con te” approfondisce anche musicalmente le tematiche esistenziali che attraversano i brani di questo disco e nel finale il ritmo terzinato della chitarra si fonde col piano e col synth, sorvolando le sonorità barocche e più complesse di un autore come Andrea Laszlo de Simone.

“Per un’amica” è una confessione in pieno stile It-pop, tutto è però svuotato, anche la cordiera del rullante, con la sovrapposizione delle voci e le sonorità in stile Lucio Battisti in quella parte della sua carriera audace e scevra dall’idea di mera canzone. “Per mio fratello” sancisce il passare del tempo come le gocce d’acqua sulla roccia, con i quarti che richiamano il suono di Paul Kalkbrenner di “Sky and Sand” se vogliamo dargli un altro taglio internazionale. “Incanto” richiama ancora Battisti tra i cori e la chitarra arpeggiata, ma i synth e l’elettronica sono la ragion d’essere che detta le regole dell’introspezione.

“Venite a vedere” – “Hai paura dell’uomo o delle sue gabbie? / Non la senti una voce che chiama da quella parte” – è il richiamo che ci accompagna verso le fasi finali del rito, quasi un sacrificio come epilogo, un’espiazione metaforica per richiamare l’attenzione dei presenti intenti a viaggiare sparsi in un bosco immaginario ed immaginato.

“Sboccia il fiore” è quindi la traccia conclusiva e la naturale connessione con tutta la filosofia dell’album; l’acqua genera vita, lo sbocciare di un fiore è il sinonimo di inizio e rinascita e la musica funge ancora da catarsi spirituale, tornano le mani che tamburellano il tempo come in apertura dell’album e come se le persone si fossero ora ricongiunte “con le mani in alto […] Voliamo in alto, in alto, e sboccia il fiore” con quest’ultima frase ripetuta sul finale come “Ti amo / solo questo” di “Messaggio”, traccia conclusiva del precedente album e mantra finale nel live di Roma del 2024.

“La fonte” spoglia l’elettronica della sua ritmica ossessiva ed è per Cosmo la conferma di una sua diversa produzione musicale capace di mischiare le ombre clubbing, che resistono ma sono più gentili ed eteree, l’alt-pop e la musica d’autore con l’elettronica à-la Télépopmusik, restituendo un prodotto d’eccellenza nel panorama musicale italiano.

L’unica pecca, concedetemela, è che la durata dell’intero album è un po’ ridotta, il genere richiede e prevede code più lunghe soprattutto in alcune tracce, vedi “Parlare con te”, intermezzi più suonati e da fruitore spero sempre che gli artisti non abbiano paura di allungare le tracce e la full-lenght di un album, sebbene ultimamente questa stia diventando purtroppo una regola.


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