Jaafar Jackson è qualcosa di soprannaturale
Materiale infiammabile. Agitare con cura. Manca questo (gli scandali sessuali), manca quello (il declino, l’isolamento, l’agorafobia), mancano Janet e LaToya. Attorno a Michael di Antoine Fuqua si è scatenato un ridicolo inferno. Tutti a guardare cosa manca, senza osservare attentamente il film. Certo, Michael Jackson, il re del pop anni Ottanta (per molti in assoluto), è un frammento paradigmatico di storia americana black e fabbricazione del mito che non ha eguali tra gli artisti dalle radici soul che conquistano la vetta commerciale musicale degli Stati Uniti e del mondo. Come non ha eguali l’enorme fanbase che gli è cresciuta attorno in quegli anni, oggi diventata una corona di adepti custodi ai limiti del settarismo.
Fuqua e lo sceneggiatore John Logan tagliano il racconto – evitando scandali e declino- sia temporalmente (1966-1988) che tematicamente, dipingendo Michael con il chiaroscuro edipico dello scontro tra padre padrone e figlio talentuoso ma intimidito dalla violenta, ingombrante figura paterna dalla quale cercherà di smarcarsi. Altro, di fondo, non c’è. Michael, il film, è questa cosa qui, condita da tanti godibili live e da una solare luccicanza, tra l’angelico e il geniale, che si stampa addosso e soprattutto nel sorriso infinito di Michael Jackson, interpretato con devozione mistico-performativa esemplare dal nipote Jaafar Jackson.
La chiave di lettura è nel prisma Michael, nella sua illuminata eterna fanciullezza fatta di vicinanza, conoscenza e affettività con animali veri – “not pets but friends” – come la scimmia Bubbles, un lama, una giraffa; e in quel talento compositivo, sia musicale che spettacolare, inesausto. Non possiamo girarci attorno: Jackson ha reinventato il pop mentre nella gloriosa soul music imperversavano funky e disco, e imposto un’idea di videoclip in forma di cortometraggio cinematografico (Thriller di John Landis).
Quando Jackson, fresco di un boom planetario, in sofferta solitaria canta Billie Jean sul palco dei 25 anni della Motown Records nel 1983 (etichetta che puntò su di lui e i Jackson Five quindici anni prima), accennando passi di una danza magica che solo lui ha saputo fare, viene giù il teatro. Fuqua raccoglie queste tracce di successo ed emancipazione, di sofferenza (l’incidente con le ustioni al cuoio capelluto) e di frizione e strappo, tentato e rimandato, con il padre Joseph (Colman Domingo, che recita ingobbito e avido come un orco).
Una dialettica zoppa che inizia nel 1966 in un salottino di una casetta di Gary, Indiana, dove i cinque fratelli Jackson – Michael è piccolissimo, ha otto anni – provano continuamente intonazione, passi e coreografie per le future esibizioni. A dettare i tempi draconiani, con cinghiate sul sedere di Michael, è papà Joe, convinto che il mantra sia solo quello dell’essere vincenti. Il successo per i Jackson Five esplode: finiscono con ABC pure davanti a Let It Be dei Beatles. Ma è Michael la vera perla del gruppo, la miniera d’oro che i discografici tutti intravedono.
La carrellata sul tempo e sulla storia è fluida, con qualche minuscola sbuffata sul melodrammatico (Michael e mamma sul divano con i popcorn a vedere Chaplin e Gene Kelly), ma è soprattutto un filo che si fa robusto attorno alla crescita e alla trasformazione fisica di Jackson, tutto chiuso nella sua stanzetta-bozzolo piena di giochi e pupazzi nella magione californiana che le palate di dollari sue e dei fratelli hanno permesso anche al resto della famiglia. I buchi alla coperta soffocante paterna sono quelli di Quincy Jones, che lo affiancherà per il primo album da solista, la fidata guardia del corpo Bill Bray, ma soprattutto l’avvocato agente delle star musicali John Branca (Miles Teller con zazzera), che licenzierà Joe da manager del figlio con un fax. Da bruco a farfalla, passando dalla chirurgia plastica, dalle ali adoranti della folla, dall’esasperazione del diventare adulto, indipendente, libero.
Fuqua è certo generoso nel sagomare l’iconografia sacra jacksoniana (in primis la vicinanza a bimbi malati negli ospedali), ma la ricostruzione, il tono, la rispettosa meraviglia non hanno nulla di patetico, di bolso, di tirato via (si veda quel mortuario e dentato Bohemian Rhapsody, con cui Michael condivide uno dei produttori, la GK Films). La performance di danza e di canto di Jaafar Jackson è qualcosa di soprannaturale. Distribuisce Universal.
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