Edoardo Motta, il principe degli scartati ora eroe
Edoardo Motta nasce a Biella il 13 gennaio 2005. A otto anni è già uno spilungone, a dieci passa più tempo sul campo di calcio che a casa. Lo adocchia la Juve e lo immette nelle squadre giovanili: è la sua squadra del cuore, il suo sogno si avvera. Edoardo gioca in porta… Arrivano i diciotto anni ma la Juve sceglie di disfarsene: prima in prestito all’Alessandria, poi al Monza, infine alla Reggiana. Il fatto è che la Juve non lo riscatta più, sceglie di lasciarlo a Reggio Emilia. Motta è un fior di calciatore, ma di serie B.
È il principe degli scartati. La Reggiana lo tiene dapprima come riserva, poi lo chiama tra i titolari. Fino a quando, a gennaio di quest’anno, la Lazio ha bisogno di qualcuno che faccia la riserva a Provedel, il portiere friulano che ha i galloni da primo. Motta arriva alla Lazio per sostituire la riserva: fare il sostituto è l’orizzonte che gli si ripropone.
Lotito paga il suo cartellino un milione di euro, una miseria per la Serie A. E di quella miseria la Reggiana, adempiendo agli accordi presi, gira la metà, cioè 500mila euro, alla Juventus.
Ma Provedel si fa male e questo ragazzo di 21 anni, 90 chili di peso per 194 centimetri, entra in campo e ci resta per un sacco di giornate. Fino a quando, ieri sera, non fa il miracolo di parare quattro dei cinque rigori battuti dall’Atalanta e permettere così alla sua Lazio di giocarsi la finale di Coppa Italia. “Ha uno score impressionante”, dice di lui Sarri, l’allenatore. Edoardo, felice, saluta così: “Dedico queste lacrime a tutti”.
Motta è un ex scartato e la sua storia, seppur verniciata nel successo e nella popolarità, aiuta a ricordare che la nostra è una società dove il lavoro è considerato un privilegio e dove la selezione sta piegando nel darwinismo.
L’ascensore sociale funziona per la società affluente, per il resto della truppa si blocca. È fermo. Ai giovani si offrono impieghi di serie b, cosucce, lavoretti, funzioni spesso sottopagate e contratti “depotenziati“. Nel senso che ci sono meno tutele e meno soldi a parità di fatica.
Depotenziare significa far cadere nel sottosuolo della fabbrica del lavoro le energie creative e le competenze più vive. Ai giovani si chiede la massima preparazione (la laurea non basta, hai almeno un master?) e mille altre qualità al punto da apparire le richieste solo tecniche ostruttive e non sostegno all’impiego.
La vicenda di Edoardo Motta, da pulcino nero ad eroe, ci offre anche la possibilità di ricordare la fuga dei cosidetti cervelli, ormai neanche più solo e sempre cervelloni ma persone che non confidano più in un futuro in Italia. Sia che vogliano misurarsi con l‘astrofisica o con un forno da pizza, sempre più spesso le loro scelte cadono altrove, fuori dalla speranza di essere profeti in patria, chiamati e coinvolti nel processo produttivo dell’industria nazionale. L’élite appare così come una cupola gerontocratica, un distretto di adulti assai attempati che sfila attraverso il pingue ingaggio di una vita vissuta nella sempiterna rendita di posizione.
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