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>ANSA-FOCUS/L’Ue verso il prestito all’Ucraina, Sofia preoccupa gli europeisti – Altre news

(di Michele Esposito)
Il via libera al prestito da 90
miliardi all’Ucraina non è più un miraggio. Anzi, è alla portata
e potrebbe concretizzarsi mercoledì. A pochi giorni dal voto in
Ungheria, la sconfitta di Viktor Orban potrebbe produrre uno dei
suoi primi, importantissimi effetti. In una lettera al
presidente del Consiglio europeo Antonio Costa il premier
magiaro uscente ha confermato che, se nelle prossime ore
l’operatività dell’oleodotto Druzhba sarà effettivamente
ripristinata dall’Ucraina, il veto di Budapest al prestito per
Kiev cadrà. La presidenza di turno cipriota non ha perso tempo,
inserendo nell’agenda della riunione dei Rappresentante
Permanenti dei 27 – Coreper II – di mercoledì proprio lo sblocco
dei 90 miliardi, possibile con il via libera ad un emendamento
all’attuale bilancio pluriennale comunitario.

   
La mossa di Orban è parsa innanzitutto politica: non lasciare
che sia la sua nemesi, Peter Magyar, a prendersi la
soddisfazione di concedere il via libera ai fondi per l’Ucraina.

   
Per la Commissione si tratta dell’ipotesi reputata sin
dall’inizio migliore. Con il via libera del Coreper scatterebbe
immediatamente la cosiddetta procedura scritta per l’adozione
finale del prestito. Teoricamente, la prima tranche di fondi
potrebbe essere erogata entro aprile, subito dopo il vertice
informale dei 27 a Cipro. “Siamo ottimisti”, ha sottolineato la
commissaria Ue all’Allargamento Marta Kos. Decisivo, in questo
senso, è stato anche il lavoro di mediazione dell’Ue con
Volodymyr Zelensky: i ritardi di Kiev nella riparazione
dell’oleodotto non hanno mai convinto fino in fondo la
Commissione, al di là delle strumentalizzazioni messe in campo
da Orban.

   
Oltre al caso dell’oleodotto, i rapporti tra l’Ue e Zelensky,
negli ultimi mesi hanno avuto qualche inciampo. E a risentirne è
stato il ‘sentiment’, all’interno dell’Unione, sull’adesione
dell’Ucraina. L’ipotesi di un iter accelerato è ormai esclusa
anche a Palazzo Berlaymont. “Il problema era più grande del veto
ungherese”, è il refrain che circola in questi giorni a
Bruxelles. A testimonianza di ciò, il Financial Times ha
rivelato che Francia e Germania, in un due documenti separati,
hanno avanzato l’ipotesi di un’adesione light di Kiev. Un atto
simbolico, soprattutto, che escluderebbe l’Ucraina dall’accesso
ai fondi della Pac, ad esempio.

   
L’ok al prestito a Kiev potrebbe inaugurare la nuova era
dell’Ue post-Orban. Ma l’orizzonte resta nuvoloso. In Bulgaria
le elezioni di domenica hanno visto la netta vittoria di Rumen
Radev. Per Bruxelles si è concretizzata l’opzione peggiore: l’ex
pilota militare, oggi premier in pectore, oltre che per gli
slogan contro il Green Deal, si è distinto infatti per le sue
posizioni euroscettiche e contrarie al sostegno militare a Kiev.

   
Ursula von der Leyen e Antonio Costa si sono congratulati
immediatamente con Radev, ricordando come la Bulgaria sia “un
membro orgoglioso dell’Ue”. Ma i liberali hanno già lanciato
l’allarme: il rischio è di trovarsi “un nuovo cavallo di Troia”
di Mosca dopo l’addio di Orban. La posizione della Bulgaria, che
ha assoluto bisogno dei fondi comunitari e del Recovery, tra i
27 resta comunque piuttosto fragile. A preoccupare, invece, è il
destino del flusso di munizioni che, finora, Sofia ha assicurato
a Kiev.

   

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