Scienza e tecnologia

Chip memoria a 700 gradi: come funziona e a cosa serve

Tutti i chip elettronici condividono un tallone d’Achille: il calore eccessivo li manda in corto. Sopra i 200 gradi, anche i semiconduttori più robusti smettono di funzionare, il che rende praticamente impossibile esplorare pianeti come Venere, dove la superficie sfiora i 450 gradi centigradi. Le missioni sovietiche Venera degli anni ’70 e ’80 lo dimostrano in modo impietoso: Venera 13, il record assoluto, è rimasta operativa per soli 127 minuti prima di cedere al calore.

Ora un gruppo di ricercatori della University of Southern California ha pubblicato su Science qualcosa che cambia le carte in tavola: un chip di memoria capace di leggere e scrivere dati a 700 gradi centigradi, una temperatura superiore a quella della lava, per oltre 50 ore consecutive.

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Come funziona questo chip quasi indistruttibile

La struttura del dispositivo è semplice a dirsi: un sandwich a tre strati, con tungsteno sopra (il metallo con il punto di fusione più alto tra tutti gli elementi), ceramica di biossido di afnio al centro e grafene sul fondo.

La scoperta, peraltro, è nata per caso mentre il team sperimentava con il grafene per tutt’altro scopo.

Il segreto sta nel rapporto chimico tra grafene e tungsteno, che i ricercatori paragonano a quello tra olio e acqua. In un chip tradizionale, il calore spinge gli atomi metallici dell’elettrodo superiore a migrare attraverso lo strato ceramico fino a toccare quello inferiore, causando un cortocircuito permanente. Il grafene blocca questa migrazione: gli atomi di tungsteno arrivano alla sua superficie ma non riescono ad agganciarsi, deviando altrove senza creare danni.

Tecnicamente si tratta di un memristore, una memoria non volatile che conserva i dati anche senza alimentazione, modificando la propria resistenza in base alla tensione applicata. Una caratteristica che lo rende particolarmente adatto ad applicazioni dove l’affidabilità non è negoziabile.

A cosa potrebbe servire, oltre a Venere

L’applicazione più evidente è quella spaziale: rover per Venere o missioni ravvicinate su Mercurio che non richiedano pesanti contenitori schermati per proteggere l’elettronica, con tutto il risparmio in peso e complessità che ne deriva.

Ma le ricadute sulla Terra sono altrettanto concrete.

Pensiamo ai sensori per le trivellazioni geotermiche, che devono operare a chilometri di profondità in condizioni di calore estremo, oppure ai sistemi di monitoraggio nei motori aeronautici. Persino nei data center e nei computer tradizionali, memorie di questo tipo risulterebbero molto più resistenti e durature, riducendo i guasti da surriscaldamento.

I ricercatori però frenano gli entusiasmi: una memoria da sola non costituisce un computer completo, serviranno anche circuiti logici ad alta temperatura. I prototipi attuali sono stati realizzati a mano in laboratorio su scala sub-micrometrica, e sviluppare una produzione industriale richiederà ancora parecchio tempo. Come ha dichiarato Joshua Yang, il professore che ha guidato il progetto: “Il componente mancante è stato creato, ma la strada è ancora lunga”. Detto questo, prima non era nemmeno chiaro che quella strada esistesse.


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