Petrolio, in fumo 50 miliardi di greggio in 50 giorni di conflitto
Dovesse finire oggi stesso, la guerra in Iran avrebbe già lasciato conseguenze durature sull’industria petrolifera. Dall’inizio del conflitto alla fine di febbraio, il mondo ha perso oltre 50 miliardi di dollari di petrolio greggio, in termini di mancata produzione, in soli 50 giorni. La stima è di alcuni analisti interpellati da Reuters. Si tratta di oltre 500 milioni di barili di greggio eliminati dal mercato globale, secondo i dati di Kpler (nota piattaforma di dati sull’energia) la più grande interruzione dell’approvvigionamento energetico nella storia moderna. Per realizzare meglio che cosa significa, basti pensare che questo
quantitativo di petrolio è quello consumato dai viaggi su strada di tutto il mondo per 11 giorni. Più di un mese di petrolio per l’Europa intera. Un gap produttivo figlio non solo del blocco dello Stretto di Hormuz, ma anche dalla perdita di capacità produttiva seguita dai bombardamenti collegati al conflitto: sotto questo punto di vista, la società di consulenza Rystad Energy ha stimato che sono state finora danneggiate infrastrutture per un valore fino a 58 miliardi di dollari. Tra gas e petrolio, dall’inizio della guerra più di 80 impianti energetici sono stati colpiti. Tutti danni che rischiano di richiedere mesi, se non addirittura anni, per far sì che tutto torni a prima del conflitto. Alcuni giacimenti di greggio in Kuwait e Iraq potrebbero impiegare da quattro a cinque mesi per tornare a livelli operativi normali. Inoltre, i danni alla capacità di raffinazione e alla produzione di gas naturale liquefatto in Qatar potrebbero aver bisogno di anni prima di essere completamente ripristinate. Fermo restando che l’entità dei danni in alcuni impianti non è stata ancora del tutto chiarita.
Ma se l’industria del petrolio ha subito un duro colpo, a rialzare la testa sono stati altri business green collegati a fonti energetiche alternative a quelle fossili. In tal senso a trarne i vantaggi maggiori sono state le esportazioni cinesi, visto che Pechino è leader di mercato sulle cosiddette tecnologie per le rinnovabili. La crescita di forniture registrata a marzo – secondo i dati pubblicati ieri dall’Agenzia delle dogane cinesi – si è attestata al 53% per i veicoli elettrici, mentre quelle di batterie agli ioni di litio ha fatto registrare un +34%.
Ma il «boom» maggiore è sulle celle solari, ovvero i mattoni che compongono i pannelli fotovoltaici, che hanno visto un incremento dell’export addirittura dell’80% il mese scorso. Il trend sotterraneo, del resto, è la ricerca di spostare il mix energetico dalle fonti fossili – sensibili agli shock geopolitici – alle fonti rinnovabili e al nucleare, una diversificazione in corso anche in Italia.
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