Emilio Rudari e la caccia: rinnova la licenza a più di cento anni d’età – Cronaca
Il bolzanino Emilio Rudari, occhio di lince e mano ferma, ha compiuto il secolo di vita lo scorso luglio, festeggiato da amici, parenti e appassionati della medesima disciplina cui si dedica da oltre otto decenni. Magari qualcuno pensava a una burla, non ci si credeva, si pensava che quello di cacciatore più anziano d’Italia fosse titolo meramente onorifico. Lui invece non fa una piega e oggi, sorridendo, mostra con orgoglio la licenza per il porto di fucile, appena rinnovata, rilasciata dal questore di Bolzano. Datata aprile 2026. Quindi, a voler essere proprio pignoli, è il più anziano cacciatore d’Italia ancora in attività, tanto da invitare chi lo intervista a una battuta di caccia, al più presto: «Robetta eh, un tre orette, mica come una volta, quando d’inverno aspettavo il cervo tutta la notte, dormendo all’aperto nel sacco a pelo, con venti sottozero. Avrei da raccontarne, di stellate memorabili, d’inverno…»
«Io invece non ho mai partecipato a quelle nottate all’addiaccio», racconta un altro bolzanino, Claudio Menapace, 91 anni. Noto imprenditore del settore edilizio (noleggio gru e affini), cacciatore, artista, pittore attivo nella divulgazione della cultura venatoria, conosciuto in tutta la Mitteleuropa, premiato (anche) a livello intercontinentale. «Era troppo freddo, io preferivo restarmene al calduccio in baita», precisa ridendosela. Menapace e Rudari si conoscono da una vita, dagli anni Sessanta, come soci bolzanini di Federcaccia. «Ma io ho cominciato a cacciare nel 1945», precisa Emilio. Disegnatore meccanico, vent’anni alla Lancia, altri venti alla Michelin a Trento, dove sotto di sé aveva centinaia di dipendenti. «Un travaso di esperienze, che mi hanno valso la possibilità di andare oltre per i miei hobby». Disegnatore di animali per ponderosi tomi di ricerca, scultore di scene di caccia su pannelli di grandi dimensioni, lavora pure il metallo. Sempre nell’ambito della caccia. Un’amicizia, quella con Menapace, nata in ambito faunistico-venatorio, ma poi ampliatasi al campo artistico.
Nel 1988, raccontano, sullo sfondo il Catinaccio, realizzarono assieme un enorme diorama della fauna alpina per la Fiera del tempo libero, visitato anche dall’allora celeberrimo esploratore Ambrogio Fogar. «Grazie a Georg Viehweider del Bauernbund ricostruimmo addirittura una vera baita dell’Alpe di Siusi, con tanto di ovini. Durante la Fiera, una delle due pecore mise al mondo un agnellino, potete immaginare che impressione, tutti lì a guardare». Menapace la mente, l’artista, Rudari aiutò, grazie alla grande manualità. «Un grande rispetto da parte di entrambi per l’ambiente, per la fauna, poi riversato nell’ambito artistico», precisa Ivano Artuso, già preside dell’istituto agrario di San Michele all’Adige, a sua volta cacciatore, amico di lunga data di Emilio, tanto da considerarlo suo zio, il quale a sua volta lo considera nipote. Rudari, nella stube di caccia di Artuso, a novant’anni suonati, ha scolpito un pannello di cirmolo, 160 x 130: cervi che si scornano, caprioli, galli cedroni, aquile. Sei mesi di lavoro.
Rudari, nella vita, ha cacciato un po’ ovunque. Ricorda però soprattutto i camosci della val d’Ultimo, «in assoluto la zona migliore»; e i cervi di Luson, «i più grossi, geneticamente, rispetto agli altri che si vedono in giro; anche il trofeo, il palco, è più imponente». Menapace tiene a precisare: «Uno dei pochi, Emilio, ad avere tre riserve, compresa quella di Terlano». Dieci anni fa fu premiato per il miglior cervo dell’Alto Adige. «Ai nostri tempi – così sempre Menapace – c’erano fagiani dappertutto, anche qui in zona, dove c’è l’ufficio della Edilmec. Oltre via Resia, dove gettavano i rifiuti nell’Isarco, poco a valle dell’odierno Twenty, era tutto un fagiano». Artuso, da ricercatore faunistico, spiega: «Si sono dedicati a cacce diverse, in seguito all’evoluzione della fauna selvatica. Si sono adeguati. All’inizio fucile a pallini e cani segugio per la caccia alla lepre o cani da ferma per andare a pernici bianche, coturnici, fagiani, beccacce, starne, che oggi non esistono più». Dopo, «questa fauna selvatica è diminuita e ha preso piede invece l’ungulato: camosci, caprioli, cervi, così si sono spostati sulla carabina».
«In provincia la caccia è sempre stata condotta con intelligenza, con mentalità mitteleuropea, con censimenti e serietà», così Menapace. «Infatti le cose sono andate bene. La consistenza della fauna grossa, degli ungulati, è sempre aumentata, anche come abbattimenti, segno che non si intaccava il capitale».
Da lì, è nata la passione per i diorami: Menapace ne ha costruiti un centinaio. Poi ci si è spostati ancora oltre, sul piano culturale, grazie ad associazioni ed enti di ricerca. Una passione assieme a Emilio, col quale si sono incontrati più volte, anche al di fuori della caccia in natura. La passione continua, Emilio tiene molto all’attività venatoria e alla sua manualità. Ma il suo pensiero, fisso, va alla moglie. «Tutti i giorni va a trovarla in casa di riposo», chiosa Artuso. «Guida lui». «Altrimenti come farei?», conclude Emilio. «Adesso spero che, dopo la licenza di caccia, mi rinnovino anche la patente».




