Incubo mine intorno a Hormuz, gli Usa inviano i dragamine: cosa può succedere
Un elevato numero di dragamine dell’Us Navy si sta dirigendo verso il Medio Oriente. La migrazione delle “unità navali per il dragaggio mine” della Marina statunitense, in rotta dal Pacifico verso ovest, suggerisce preparativi concreti per un’importante operazione di sminamento nello Stretto di Hormuz, dove si ritiene che l’Iran abbia perso il controllo delle mine navali posate per interdire le rotte commerciali e non consentire alcun tipo di passaggio previo permesso, e annesso pagamento di un pedaggio, spesso versato attraverso criptovalute.
Dopo le navi da combattimento litoranee classe Independence Uss Tulsa e Uss Santa Barbara, anche due unità classe Avenger, la Uss Chief e Uss Pioneer, sono “in rotta“, mentre Washington continua a richiedere l’intervento di naviglio alleato. Avvistate a Singapore, come le più moderne LCS che le hanno precedute, queste due unità hanno proseguito verso ovest, dirette in un’area dove si stanno concentrando tutti gli asset necessari a svolgere un compito delicato: subentrare agli iraniani nella bonifica dello stretto, dove un certo numero di mine navali sarebbe stato posato secondo uno schema “casuale e disorganizzato”, secondo l’intelligence statunitense.
Secondo funzionari statunitensi che hanno fornito informazioni in condizione di anonimato, Teheran non sarebbe in grado di riaprire pienamente lo Stretto perché non riesce a localizzare tutte le mine né dispone delle capacità per rimuoverle. Il New York Times riferisce che la situazione è aggravata dalla possibilità che le mine vengano portate alla deriva dalle correnti marine, mettendo a rischio le navi nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman.
La condizione estremamente delicata rappresenta allo stesso tempo un potenziale fattore di complicazione per i negoziatori e un elemento di pressione per il raggiungimento di un accordo che conduca verso un processo di descalation e normalizzazione, e consenta la bonifica a chi possiede i mezzi per portarla a termine. Come sappiamo, la crisi dello Stretto di Hormuz, diretta conseguenza dell’escalation innescata dai bombardamenti statunitensi e israeliani contro obiettivi strategici in Iran, ha portato Teheran ad attivare un’“opzione di necessità” per compensare la superiorità militare avversaria, bloccando lo stretto strategico che ora è sottoposto a un ulteriore blocco imposto dagli americani su tutti i porti iraniani per amplificare l’effetto dell’embargo e incidere sugli interessi iraniani.
L’uso combinato di mine, droni e missili ha garantito all’Iran una significativa leva strategica, ma la posa disorganizzata degli ordigni si è rivelata controproducente. Secondo fonti statunitensi, Teheran potrebbe non disporre di registrazioni accurate delle mine posizionate. Nonostante il tentativo di mantenere aperta una rotta limitata — talvolta a pagamento — e la pubblicazione di mappe “sicure”, non si può certificare la “sicurezza del transito” attraverso lo stretto. Attualmente né l’Iran né gli Stati Uniti possiedono un quadro chiaro di dove siano dispiegate le mine all’interno dello stretto.
“Le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno iniziato a predisporre le condizioni per lo sminamento dello Stretto di Hormuz“, aveva dichiarato il comando in un comunicato stampa dell’11 aprile. I cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke hanno già “attraversato lo Stretto di Hormuz e operato nel Golfo Persico nell’ambito di una missione più ampia volta a garantire la completa bonifica dello stretto dalle mine marine precedentemente posate dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane”.
Secondo un comunicato diffuso dal Centcom, il Comando centrale degli Stati Uniti cui appartiene l’area di responsabilità in cui sono in corso le operazioni militari “ulteriori forze statunitensi, inclusi droni sottomarini, si uniranno alle operazioni di sminamento nei prossimi giorni”. Le navi che hanno attraversato lo Stretto di Hormuz sono la Uss Frank E. Peterson e la Uss Michael Murphy, cacciatorpediniere missilistici che non sono equipaggiati per missioni di sminamento, ma dispongono di “potenti sonar che potrebbero essere utili per individuare le mine” in quella che potrebbe essere stata una ricognizione avanzata atta anche a saggiare le reazioni iraniane.
Secondo The War Zone, “qualsiasi operazione di sminamento nello Stretto di Hormuz e nelle aree circostanti coinvolgerà anche altre unità navali”. In uno scenario simile, si ritiene entrerebbero in gioco anche delle Expeditionary Sea Base, come la USS John L. Canley, navi che fungono da “basi navali” per il lancio e il recupero di elicotteri cacciamine Mh-53 Sea Dragon e diversi tipi di veicoli senza equipaggio di superficie e subacquei che potrebbero supportare l’esplorazione e le operazioni di sminamento. Anche la Canley, come il quartetto di cacciamine già citato, sta seguendo la medesima rotta nell’oceano Indiano, dove è stata individuata anche la Uss Canberra, un’altra nave da combattimento litoranea classe Independence che potrebbe essere impiegata per questa missione.
Non è chiaro quante mine l’Iran abbia effettivamente posato né di quale tipo. Si è parlato di un certo numero di “mine a influenza” Maham 3, progettate per essere attivate dalle firme acustiche e/o magnetiche di una nave in transito, che vengono ancorate in una data posizione, e di mine Maham 7, un altro tipo di mine a influenza che vengono posizionate sul fondale marino di acque poco profonde.
La bonifica da mine navali è un’operazione lenta, pericolosa e molto complessa, che secondo gli esperti comporta rischi significativi anche in ambienti permissivi e controllati.
Lo scenario dello Stretto di Hormuz, dove le navi da guerra statunitensi sarebbero potenzialmente esposte al lancio di missili antinave e droni iraniani, nel caso di una ripresa completa delle ostilità con il regime di Teheran, renderebbe le operazioni di sminamento eccessivamente rischiose.
Funzionari statunitensi e iraniani si sono incontrati questo fine settimana in Pakistan, in seguito all’annuncio di un cessate il fuoco la scorsa settimana, ma i colloqui si sono conclusi dopo una sola giornata senza progressi sostanziali che possano suggerire un’immediata risoluzione diplomatica del conflitto.
Attualmente Francia, Regno Unito e Italia negano l’intenzione di inviare navi cacciamine a supporto delle operazioni americane, tuttavia la situazione è in rapida progressione e un negoziato a lungo termine potrebbe non escludere lo schieramento di unità specializzate a garantire la sicurezza della navigazione in tempo di “pace”.
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