Calabria

Gioia Tauro, la commissione d’accesso antimafia al Comune riapre ferite mai chiuse: parla Schiavone

L’insediamento della Commissione d’accesso al Comune di Gioia Tauro riporta al centro del dibattito una questione che ha radici profonde: l’efficacia degli strumenti con cui lo Stato interviene nei contesti esposti al rischio di infiltrazioni. Un passaggio che, ancora prima di eventuali sviluppi, produce effetti immediati sul piano politico.
Storico esponente di destra, tra i protagonisti della vita politica cittadina degli ultimi 30 anni, oggi consigliere di minoranza, Rosario Schiavone certe laceranti contraddizioni le ha vissute sulla propria pelle. Nel 2008 il Comune di Gioia Tauro venne sciolto per infiltrazioni mafiose; a quel provvedimento seguirono gli arresti che coinvolsero anche lui, allora vicesindaco. L’accusa era concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito dinamiche riconducibili alla ’ndrina Piromalli. Un’accusa che nel tempo si è dissolta: Schiavone ha conosciuto il peso delle inchieste, il carcere ma, alla fine, anche la sentenza di non luogo a procedere e il riconoscimento del massimo coefficiente di ingiusta detenzione. È dentro questa traiettoria che si definisce «una vittima del sistema», e di «una città stretta tra la morsa della criminalità, da un lato, e della criminalizzazione, dall’altro».
Ed è anche per questo che la sua voce, nel momento in cui Gioia Tauro torna sotto la lente dello Stato, assume un rilievo particolare. «In momenti come questo, la tentazione della polemica facile o della rivendicazione personale è forte», osserva.
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale


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