Basilicata

Ingrid Carbone tra matematica e musica

Ingrid Carbone è pianista concertista e professoressa di Analisi Matematica all’Università della Calabria. Una vita tra rigore scientifico e sensibilità artistica


C’è una cosa che Ingrid Carbone dice quasi di passaggio, a metà intervista, ma che però resta. Dice che il suo metodo è nato da una vita e che solo adesso sta raccogliendo quello che ha seminato. Detto così sembra una formula, ma nel contesto in cui lo dice, mentre spiega come abbia iniziato a vedere la matematica dentro Liszt proprio mentre preparava il suo primo album, diventa qualcosa di più preciso: la descrizione di un processo che non aveva un progetto ma solo una direzione.

INGRID CARBONE, PIANISTA E CONCERTISTA

Ingrid Carbone è pianista concertista e professoressa di Analisi Matematica all’Università della Calabria. Si è formata a Cosenza, poi a Salisburgo, Bruxelles, Israele, con il grande Lazar Berman. Ha inciso per un’etichetta giapponese, ricevuto premi negli USA, tenuto masterclass in Giordania, suonato a Praga per il Pi Day all’Istituto Italiano di Cultura. Pubblica su riviste scientifiche internazionali. La stessa carriera letta, però, da due angolazioni.

La domanda che attraversa tutto il suo lavoro è abbastanza semplice: cosa succede se prendi davvero sul serio l’idea, pitagorica, poi medievale, e poi dimenticata, che musica e matematica non siano discipline separate? Non come metafora, non come provocazione culturale ma come metodo di lavoro applicato a uno spartito. Carbone sostiene e dimostra nei fatti, che l’analisi della struttura matematica di un brano non raffredda l’interpretazione: la orienta. La differenza è quella che passa tra costruire il Pantheon e visitarlo. Chi lo ha costruito sapeva tutto delle proporzioni, delle tensioni, della geometria. Chi lo visita vede la bellezza. Il performer, dice lei, fa entrambe le cose.

GLI APPUNTAMENTI IN ITALIA DI INGRID CARBONE

Ad aprile sarà in Italia con due appuntamenti: oggi, venerdì 10 aprile, a Serra San Bruno, al Congresso Nazionale di Mathesis, e il 17 a Cremona per la Conferenza Musica e Intelligence. È una buona occasione per capire cosa significa fare ricerca artistica in un paese che fatica ancora a capire che esiste. Abbiamo avuto l’onore di incontrarla.

Ingrid Carbone

Quale sarà il contenuto dell’incontro “Architetture invisibili del testo musicale” al Congresso Nazionale di Mathesis?

«Si tratta di una presentazione che io farò per la prima volta. È una sintesi di un lavoro di studio e di ricerca fra matematica e musica e che avevo già presentato nel tempo a Praga per il Pi Day all’Istituto Italiano di Cultura. Stavolta ci sarà una platea più abituata al linguaggio matematico, anche se l’incontro è aperto a tutti. Inizierò con una breve un’introduzione che sottolineerà come storicamente la musica e la matematica, oggi spesso viste ancora come due anime in contrapposizione, invece, storicamente a partire da Platone, Pitagora, diciamo, e in tutto il Medioevo camminavano a braccetto. Dopodiché parlerò di ricerca recentissima, dagli anni ’90 praticamente, che vede come protagonisti, sia matematici che informatici, ma anche, di alcuni musicisti, per non parlare poi anche di chi si occupa di studi sul cervello. Questa ricerca si è concentrata sull’individuazione di strutture logico-matematiche che possano aiutare e supportare il pianista nella memorizzazione di musica, specie quella atonale, quella contemporanea. La musica classica è stata tanto studiata dalle scienze matematiche, io presenterò una mia nuova strategia attraverso l’analisi della struttura musicale, della scrittura, attraverso strumenti matematici semplici, niente di complicatissimo. Il passaggio successivo che nessuno ha mai indagato finora è quello della interpretazione. Io utilizzo la mia conoscenza matematica per svelare queste architetture e mi riferisco proprio a strutture matematiche che mi indirizzano in maniera precisa verso l’interpretazione. La novità direi assoluta di questo mio approccio è proprio quello di superare la richiesta, come dire, tecnica e fare un salto di qualità, cioè utilizzare il metodo matematico per raggiungere l’interpretazione autentica, e dico questo forte di riscontri che io ho avuto negli anni, cioè i tanti complimenti, recensioni positive e riconoscimenti, specialmente dall’estero, sulla mia produzione discografica».

Come è nato questo metodo?

«Credo che sia stato un percorso di una vita. Io ora in qualche maniera sto raccogliendo quello che ho seminato in tanto tempo. L’ho compreso in maniera chiara quando ho iniziato a studiare in maniera molto approfondita per incidere il mio primo album, quello su Franz Liszt. In quel CD io avevo inserito dei brani che erano già di mio repertorio e dei brani un po’ più recenti e lì proprio in occasione mi sono posta tante domande e ho cominciato a vedere e ad analizzare la struttura proprio come stessi seguendo una dimostrazione di un teorema complesso, cioè ho capito che avevo bisogno di vedere in profondità. Ho realizzato che anche in quell’automatismo delle mani che noi abbiamo, nella memoria muscolare, io riuscivo a comprenderli meglio comprendendone proprio la struttura. Lì ho capito che vedevo la matematica che c’era dietro! Avevo un punto di vista, privilegiato, che un po’ è il punto di vista pitagorico, quindi non è una novità, è qualcosa che succedeva già 2000 anni fa, però adesso con una consapevolezza diversa: la comprensione profonda delle trasformazioni che ci sono utilizzando un linguaggio matematico che però può essere comprensibile da tutti. Quello mi dava la chiave giusta per l’interpretazione. Poi nel tempo mi sono imbattuta in alcune pubblicazioni scientifiche che mi hanno svelato un mondo che io non conoscevo: l’Artistic Research. Mi sono ritrovata in un ambito disciplinare, avendoci prima lavorato da indipendente. Adesso voglio dare il mio contributo».

Tutto il percorso dell’Artistic Research è in continua e costante evoluzione. Ecco, tu quali nuovi sviluppi prevedi per questo tipo di approccio?

«Siamo di fronte ad un mare magnum nel quale ci sono matematici, specialisti in psicologia cognitiva, informatici, tanti professionisti, scienziati e ricercatori. Il contributo che posso dare è la direzione di riprendere la letteratura, intendo le composizioni classiche e romantiche in particolare, attraverso questo metodo di indagine e di studio, cercando portare in qualche maniera il contributo verso un’interpretazione più filologica, più consapevole, più autentica e questo è il punto centrale per me. Bach è un esempio di compositore su cui sono stati fatti tanti studi sulla struttura, cioè sulla matematica, sulla geometria, come dire, finalizzata alla interpretazione dei brani. Ma c’è tanto di più e io auspico sia l’inizio di un filone di ricerca che potrebbe coinvolgere anche colleghi, non solo in Italia, ma anche all’estero».

Molti ti avranno detto magari frasi come «la freddezza della matematica stona con il calore e l’emotività della musica». Io vorrei proprio conoscere una tua risposta a questa obiezione che sa di luogo comune.

«Sappiamo che la matematica è certezza. La matematica non si interpreta. Questa è uno degli aspetti della bellezza della matematica. Ma non confondiamo il lavoro che c’è sullo studio di un brano con l’interpretazione del brano. Avere gli strumenti giusti per comprendere la struttura di un brano e cercare di comprendere la volontà del compositore e quello che aveva nella testa è un conto. Poi questo studio preliminare si evolve nella direzione dell’interpretazione. Pensiamo al Panteon di Roma o al Duomo di Firenze. È chiaro che noi ne vediamo la bellezza, che ci tocca e ci emoziona. Noi da esterni, non da tecnici, non vediamo la perfezione strutturale, vediamo la bellezza. Il performer nella musica, come nella recitazione, studia proprio per far arrivare a tutti quella armonia e quella bellezza. Quando Benigni recita la Divina Commedia di Dante lui la conosce perfettamente, sa ogni accento, ogni pausa. Lui la fa arrivare a noi. Come gli attori che recitano Pirandello. Oggi finalmente si concepisce l’artista come un ricercatore. Anche per la performance porta all’arte. Per me è un punto di partenza e non di arrivo perché io credo che la conoscenza vada sempre diffusa. Il ruolo di chi fa ricerca è quello di diffondere la conoscenza, proprio come fa il performer».

Abbiamo parlato prima di Pitagora, abbiamo citato anche Bach, ma potremmo dire Keplero, Ildegarda di Binden e altri nomi di scienziati, musicisti che hanno fuso matematica e arte. Quali di queste figure storiche ti hanno ispirato di più?

«Credo che il punto di partenza per me sia davvero il genio di Pitagora e di Platone. Lo dico perché da una parte mi è rimasto nell’anima, pensando a Pitagora, la sua idea dell’armonia delle sfere, l’idea che la bellezza dell’universo sia legata alla matematica, alla struttura che c’è dietro. Addirittura, i pitagorici pensavano che ci fosse una musica dell’universo che noi non possiamo ascoltare, come il movimento dei pianeti, ma che possiamo comprendere solo con lo studio della matematica. Poi c’è Platone per il quale la musica ha un ruolo etico nella società, un ruolo educativo. Io auspico una vera educazione alla musica in Italia, ma siamo lontanissimi rispetto agli altri paesi. La musica fa parte del bagaglio comune, come la matematica, la fisica, la chimica e la letteratura della propria lingua».

Tu hai girato per lavoro tutto il mondo e poi sei tornata nella tua terra. Com’è il rapporto con la tua terra?

«Una domanda difficile. Ho scelto di tornare, anche se continuo a viaggiare per studiare e tenere concerti. A volte con le istituzione il rapporto è complesso, anche se lavoro molto bene col Conservatorio Tchaikovsky di Nocera Terinese e ho ricevuto premi e onorificenze, però vorrei maggiore coinvolgimento. Quello sempre positivo è la risposta delle persone. Anche queste conversazioni-concerto che sto tenendo, come a Reggio, Amantea e Catanzaro, sono sempre piene di gente che si meraviglia. La cosa mi riempie di gioia perché è la prova di quello che dicevamo su come il sapere vada diffuso».


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