Inciampare nella storia, il gioco serio di Fabrizio Gifuni che racconta il teatro e la memoria dei corpi

Fabrizio Gifuni rappresenta uno tra i più rigorosi e profondi registi e attori del panorama italiano contemporaneo; non è solo un interprete, ma un vero “archeologo della parola” e della memoria storica. Formatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, ha costruito una carriera unica basata su una ricerca accuratissima sulla lingua e sulla storia d’Italia.
Il suo non è solo un lavoro di recitazione, ma un corpo a corpo con i testi, che spesso cura personalmente in veste di autore e regista. Il grande pubblico lo ha imparato a conoscere grazie alla capacità di “diventare” i personaggi, incarnandone l’anima e lo spirito e, prossimamente, sarà accolto nei teatri della città.
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Aldo Moro e Per Paolo PAsolini come non li abbiamo mai visti
Prossimamente, infatti, Gifuni tornerà a Modena, al Teatro Storchi e al Teatro delle Passioni, con la Fondazione ERT, per presentare il progetto speciale “Attraversando quei corpi: Moro e Pasolini, i fantasmi della nostra Storia”.
Questo progetto nasce intorno a due lavori che lo accompagnano da diversi anni, dedicati a due corpi politici e simbolici: quelli di Aldo Moro e Pier Paolo Pasolini. Parallelamente, sarà possibile partecipare a una serie di incontri con registi, scrittori e storici, alcuni anche testimoni dell’epoca, per poter contestualizzare e raccontare in modo corale e completo lo sfondo sul quale le vicende andranno a svolgersi.
Il primo lavoro, su Moro, secondo l’artista è un’opera di enorme importanza e tratta di materiale che dovrebbe costituire l’argomento di uno tra i più importanti libri di storia contemporanea odierna, ma che ha rischiato di finire nel buco nero della memoria. Il secondo è, invece, una drammaturgia su Pasolini.
Su queste figure Gifuni ha costruito due spettacoli speciali, individuando una linea immaginaria di confine tracciata dai loro resti riversi: una linea che segna una nuova Italia, che scavalca i corpi e arriva fino ai nostri giorni: “Sono felice di tornare a Modena, che è una città che amo e che è sempre stata molto viva e vivace”.
“L’effetto speciale che porto in scena è la continuità storica che sa illuminare il presente”
Perchè, dopo tanto tempo, parlare ancora di alcune pagine della nostra storia? E perchè proprio di Moro e Pasolini? L’artista, parlando delle figure complesse ed enigmatiche che animano gli spettacoli, descrive il loro ruolo come estremamente radicato nel presente, come se la loro eco risuonasse ancora nell’aria che respiriamo oggi: “Nel mio progetto parlo dei “corpi insepolti”. Li vedo come presenze che continuano ad agire nel nostro presente, come se fossero rimasti bloccati in un passaggio irrisolto tra un periodo e l’altro della nostra storia—
—Qualcuno mi chiede cosa direbbero se potessero osservare la scena politica attuale, ma credo che cercare di interpretare il loro pensiero oggi sarebbe impossibile e persino un po’ arrogante. Tuttavia, non abbiamo bisogno di costruire in modo artificiale o fantasioso quelle che potrebbero essere le loro reazioni: la forza del loro corpo di scrittura è tale da illuminare il nostro presente in modo autonomo. Non sono pensatori datati; la loro profondità è così radicata che basta rileggere ciò che hanno scritto mezzo secolo fa per trovare un’analisi prepotente dei giorni nostri”.
“Prendiamo il Memoriale di Aldo Moro, in particolare la trascrizione degli interrogatori delle Brigate Rosse. Lì dentro, Moro dedicava pagine intere all’analisi dei rapporti tra Stati Uniti, Palestina e Medio Oriente, individuando già allora quei nodi geopolitici come il cuore pulsante della minaccia alla stabilità contemporanea. Chi verrà a teatro avrà l’occasione di ascoltare queste parole e scoprirà con stupore che sembrano scritte oggi. È questa la magia dell’attualità e della sensibilità storica: illuminare l’oggi attraverso le ferite del passato, è questo l’effetto speciale, la sorpresa che porto sul palco”.
La forza del teatro, una magia unica e irripetibile fatta di corpi
Ma al giorno d’oggi, che cosa può far sopravvivere il teatro? Che cosa può ancora tenerlo a galla? In un mondo fortemente legato alla comunicazione digitale e all’interazione online, il teatro può rappresentare un baluardo di salvezza e di umanità, in cui i corpi si incontrano e creano una sinfonia fatta di valori, idee condivise, dibattito e dialogo e, soprattutto, di stimoli.
Gifuni descrive l’atto teatrale come un ponte verso la bellezza, ma anche verso la realtà e la propria coscienza: “Il teatro, il cinema, la letteratura e la poesia possono servire oggi più che mai non solo per avere un rapporto con la bellezza, ma per costruire un legame che riguarda profondamente il nostro essere cittadini. Il cinema, il teatro e la letteratura non ci parlano di storie fantastiche, ma sono specchio della realtà, di quello che viviamo”.
“Hanno l’importanza di porre delle domande al nostro animo, delle grandi questioni, e di metterci in relazione con le nostre contraddizioni; abitare continuamente la complessità e le contraddizioni può essere stimolante, ci fa sentire vivi.”
Il teatro, per Gifuni, ha una forza sempre maggiore: più si sviluppano le nuove tecnologie, più il teatro diventa forte: “È un processo irreversibile e imprevedibile, quello della tecnologia, ma in teatro avviene tutto dal vivo, come un’esperienza unica e irripetibile che accade una volta sola. Avviene attraverso i corpi: quelli in scena e quelli degli spettatori, che fanno lo spettacolo più di tutto il resto e ne dettano i ritmi. Tutto il teatro diventa come un campo magnetico e solo in quell’incontro, in quel momento, il pubblico che entra in sala ogni sera assume un valore molto preciso: gli spettatori sono i rappresentanti della città. Ogni sera quei cittadini saranno un coro, i rappresentanti della cittadinanza, e anche io ne faccio parte”
Questa sinergia, per Gifuni, diviene ancora più forte quando si pone l’attenzione su due figure emblematiche come quelle di Moro e Pasolini: “Esiste una linea immaginaria di confine, tracciata dai loro corpi riversi, che segna una nuova Italia: una linea che scavalca quei corpi e arriva fino ai nostri giorni. A distanza di cinquant’anni, appare come una faglia sismica in cui sono sprofondate molte cose, tra le quali la nostra memoria, come se avessimo imparato a dimenticare.
Il mio desiderio è quello di esplorare, oltre al teatro, anche ciò che è accaduto nel cinema e capire come sia possibile raccontare questo periodo. Saranno otto incontri con testimoni dell’epoca per comporre un racconto a più voci, costituito da più linguaggi. Sono felice di tornare a Modena, una città che amo e che è sempre stata molto viva e vivace”.
Pier Paolo Pasolini: lo conosciamo davvero?
Parlando di memoria, di memoria collettiva e di responsabilità, non è difficile ammettere che effettivamente, soprattutto per quanto riguarda la figura di Pasolini, ci sia stata la tendenza a estrapolare, in modo incompleto ma comodo, solo alcuni frammenti della sua letteratura, citandolo in modo improprio o comunque riduttivo. Ma chi è il vero Pasolini? Qual è il messaggio che l’Italia dovrebbe imparare a conservare nel modo più vivo?
Gifuni risponde così: “Quando dico che su quei due corpi si inciampa continuamente, intendo questo: da un lato si rimuovono, dall’altro si cerca di prenderne dei pezzetti, di tirarli da una parte e dall’altra, utilizzandone citazioni comode. Io cerco invece di restituirne la complessità, offrendo una restituzione completa e integrale”—
—”Per farlo, da una parte ho lavorato sugli ultimi scritti, dall’altra su alcuni materiali poetici e su frammenti provenienti dal suo primo romanzo: è come se il Pasolini iniziale si confrontasse con il suo presente, per poi raccontare la trasformazione antropologica di un intero Paese. All’epoca nessuno capiva cosa stesse dicendo sulla ‘omologazione culturale’, nessuno lo comprendeva, neanche i suoi amici. Lui non stava rimpiangendo nulla; cercava solo di spiegare cosa fosse cambiato irreversibilmente e perché si sentisse così disperato rispetto al suo Paese. Esiste un’analogia tra l’isolamento e l’angosciosa solitudine di Moro e di Pasolini: due figure diverse e distanti, ma accomunate dal fatto di non riuscire più a farsi capire”.
Giocare come un bambino, con libertà e contagio
Sì, un lavoro, una missione. Ma che cos’è il teatro per chi lo interpreta? Per chi lo scrive e lo disegna, per se stesso e per il pubblico? Fabrizio dipinge uno scenario specifico per descrivere quello che sente quando recita e quando le luci dei riflettori sono tutte su di lui: “Io cerco di giocare con i fantasmi. Per farlo, cerco di avere la libertà dei bambini, che sanno e che conoscono istintivamente la serietà del gioco; un gioco sfrenato, scatenato, senza catene, in cui ci si abbandona”—
—”Quando sono in scena, mi diverto: è una forma di gioco totale, che mi coinvolge e alla quale, appunto, mi abbandono; è un’energia vitale che cerco di trasmettere in un felice contagio al mio pubblico. Evocando, in questo caso, due fantasmi della nostro paese e due storie che, come abbiamo detto, hanno un epilogo tragico — perché Moro e Pasolini vengono uccisi violentemente — eppure questi fantasmi hanno ancora oggi una disperata vitalità e io cerco di trasmetterla. Il mio lavoro mi appassiona e mi diverte tantissimo; lo faccio con la stessa energia di quando sono uscito dall’Accademia d’Arte, e forse ancora di più, perché sono profondamente curioso e non mi stanco di guardare alla realtà con gli strumenti del gioco e con gli occhi di un bambino”.
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