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“Stati Uniti e Israele hanno già preparato la lista dei nuovi obiettivi in Iran”: dove possono colpire

“Martedì, 8:00 P.M. Ora della costa Est”. Questo l’ultimatum aggiornato nella domenica di Pasqua da Donald Trump per nuovi devastanti attacchi all’Iran fatto recapitato alle autorità del regime degli ayatollah per mezzo del social Truth. La scadenza comunicata dal tycoon – “è definitiva”, ha detto oggi – ha conosciuto diverse estensioni. Di 48 ore dal 21 marzo, la deadline originaria, di cinque giorni dal 23 marzo, di 10 giorni dal 26 marzo e infine quella prevista per domani, posticipata di 24 ore senza fornire spiegazioni. Chiara la richiesta avanzata dal capo della Casa Bianca: la riapertura del canale di Hormuz e un accordo che ponga fine al conflitto. Ancora più chiari gli obettivi dei raid che il commander in chief sarebbe pronto ad autorizzare messi nero su bianco nel post social: impianti energetici e ponti della Repubblica Islamica.

Le prossime ore potrebbero rivelarsi decisive, nel bene o nel male, per le sorti della guerra in Medio Oriente. Che la pressione su Teheran sia ai massimi livelli lo dimostrano le indiscrezioni pubblicate dal Jerusalem Post secondo cui Israele e gli Stati Uniti avrebbero finalizzato un elenco completo di obiettivi strategici da colpire in Iran qualora il regime islamico non dovesse piegarsi all’ultimatum di Trump. Secondo quanto riportato da due fonti consultate dal quotidiano israeliano, oltre alla lista definitiva degli obiettivi, sarebbe stato completato anche “il coordinamento operativo tra le forze armate” dei due Paesi alleati che il 28 febbraio scorso hanno avviato la campagna militare contro i pasdaran.

Gli ultimi ritocchi al piano operativo congiunto, scrive il Jerusalem Post, sono stati apportati durante un incontro tenutosi giovedì tra il capo di Stato maggiore dell’Idf, Eyal Zamir, e i vertici del Centcom Usa. Nel corso della riunione sarebbe stata definita anche la specifica divisione dei ruoli della missione qualora Washington dovesse dare il via libera ai nuovi raid. Inoltre, ieri sera il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato il Gabinetto di sicurezza per informare i ministri del suo governo. Da quanto si apprende, “Bibi” e i funzionari della difesa dello Stato ebraico avrebbero fatto pressioni sull’amministrazione americana affinché, in caso di escalation, venga data priorità al settore energetico e alle infrastrutture della Repubblica Islamica.

Il Jerusalem Post riferisce che a Tel Aviv si stia diffondendo la convinzione che Trump alla fine autorizzerà gli attacchi in questione. Facendo riferimento ai target del settore energetico, un funzionario israeliano avrebbe detto che la loro distruzione “porterà al collasso economico totale dell’Iran e a un significativo indebolimento” del potere detenuto dal “regime terroristico”.

Negli Stati Uniti il Wall Street Journal riporta come gli eventuali attacchi contro i target individuati da Washington e da Tel Aviv sono progettati per “paralizzare” l’economia iraniana e “garantire che la ripresa del regime da questa guerra sia “lunga e dolorosa”. Colpire gli impianti energetici significherebbe colpire le fondamenta dell’economia iraniana. Una mossa che potrebbe provocare la reazione di Teheran contro infrastrutture dello stesso tipo negli Stati del Golfo, già presi di mira dai pasdaran, con un impatto ancora più elevato e duraturo sui prezzi dell’energia.

C’è da dire che Stati Uniti e Israele hanno già cominciato ad attaccare fabbriche legate al settore petrolifero iraniano – oggi Tel Aviv ha colpito il più grande complesso petrolchimico di South Pars ad Asaluyeh – e un ponte strategico nella capitale. Il quotidiano Usa sottolinea che i raid dei due alleati contro le infrastrutture civili potrebbero configurarsi come una violazione del diritto internazionale (sebbene in queste ore americani e israeliani si stiano affrettando a definirli obiettivi legittimi poiché in tali impianti verrebbe prodotto materiale destinato all’esercito iraniano) e potrebbe trasformare il conflitto in una guerra di logoramento economico.

In risposta alle minacce di Washington, il regime islamico ha fatto sapere di essere pronto ad intensificare gli attacchi contro infrastrutture civili in Israele e negli Stati del Golfo, se Trump darà il via libera ai raid contro impianti energetici e ponti iraniani. Secondo l’esperto Raz Zimmt dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, il regime degli ayatollah, per ora, sarebbe disposto a rischiare ulteriori difficoltà economiche finché potrà infliggere danni ai suoi nemici.

Intanto, il costo della linea oltranzista adottato dai pasdaran sta già provocando pesanti contraccolpi sui cittadini iraniani che, intervistati dal Wall Street Journal, hanno espresso il timore che la guerra non sarà in grado di far cadere il regime e avrà invece conseguenze negative solo sulla gente comune.


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