Ambiente

«Io, araba cristiana, vi spiego perché credo nella pace e nel dialogo»


Il pranzo è tutto di cucina araba. Poche cose raccontano più delle persone e delle loro storie di quanto non faccia il cibo. «A me piace molto la cucina italiana, ma quando desidero manifestare accoglienza per i miei commensali e voglio raccontare chi sono e da dove vengo scelgo sempre i piatti con cui sono cresciuta», dice. Sua madre Violet preparava nei giorni di festa un enorme pollo al forno ripieno di altre carni e di tanta verdura. Di mestiere faceva la sarta. Il padre Boulos – il nome arabo per Paolo – era amministratore della Chiesa latina e parlava sette lingue. Nel 1966 Boulos ebbe un ictus che gli tolse la parola e gli paralizzò la parte destra del corpo: «Mia mamma mostrò a tutti noi che cosa fosse l’amore quando, in maniera sistematica, fin dai primi periodi in cui suo marito era privo di voce, diceva sempre, a proposito di qualunque cosa ci fosse successa, “andiamo a dirlo a papà”». Suo fratello Tony è un chirurgo cardiovascolare. Sua sorella Maria Teresa è una suora carmelitana (ora madre generale del suo ordine) e l’altra sorella Anna Maria è direttrice di una scuola elementare e media con settecento allievi. L’hummus in tavola è strepitoso: è fatto secondo la ricetta tradizionale con ceci e tahina (una pasta di semi di sesamo macinati finemente). Molto buono è anche il Moutabal di melanzane, un piatto conosciuto con il nome di “babaganoush”, a base di melanzane arrostite e schiacciate condite con aglio, limone e tahina. «Quando tutto va male bisogna ricordarsi della normalità. Esiste una quotidianità nel nutrirsi e nello stare a tavola che unisce ebrei israeliani, arabi cristiani, arabi musulmani e drusi. Tutti amano indistintamente la nostra cucina», nota Margaret che sa quanto Dio, Jahvè e Allah si manifestino nelle piccole cose.

La storia di Karram mostra la complessità di una terra (e di un mondo) in cui le radici sono intrecciate, qualche volta si disseccano, altre volte si vivificano: «A diciannove anni sono stata a Loppiano, nella cittadella fondata in Toscana da Chiara Lubich. Ho sempre creduto nella integrazione fra fedi diverse. Per questo mi sono trasferita negli Stati Uniti a studiare giudaismo a Los Angeles, alla American Jewish University. Ogni giorno facevo quaranta minuti di autobus per andare e quaranta minuti per tornare a casa, che era vicina alle colline di Hollywood. L’ambiente era culturalmente assai conservatore, formato per lo più da ebrei americani e da ebrei israeliani. Diversi miei compagni di corso sono poi diventati rabbini e rabbine. All’inizio non dissi di essere araba e cristiana. Io stessa non sapevo come sarebbe stata accolta questa mia identità. Erano tutti molto ospitali. Mi invitavano a casa loro per le festività ebraiche. Dopo sei mesi, scelsi di rivelarlo. All’inizio, loro non capirono. Mi chiesero: “che cosa fai tu qui?”. Io risposi che ero lì perché credevo nella pace e nel dialogo. In poco tempo, ogni tensione in quel piccolo mondo si sciolse. E, anzi, incominciarono tutti a valorizzare la mia presenza. Degli studenti e delle studentesse ero già amica e lo divenni di più. Fu molto importante la reazione dei professori, che mi invitarono a partecipare il più attivamente possibile alle lezioni e che, più di una volta, quasi con un eccesso di zelo mi chiesero se per caso, in una certa lezione, loro mi avessero ferito o avessero urtato la mia sensibilità».

Molto buona è la Sfiha, un tortino salato ripieno con carne macinata e pinolo. Strepitosa la Bourekas, fagottini al formaggio con pasta sfoglia serviti caldi. In tavola, poi, arriva l’arrosto, con una serie di verdure – zucchine, peperoni e finocchi – che non sono male. Nella costruzione di un amore per la vita, negli anni Karram svolge il suo percorso di laica consacrata nel movimento dei Focolari, elabora il suo pensiero culturale e teologico, vive – in diverse fasi – la quotidianità di Gerusalemme lavorando prima come segretaria alla Bank Hapoalim, unica araba cristiana nella sede centrale che faceva da holding di controllo di altre trenta banche israeliane, e poi per quattordici anni come assistente del console generale italiano di Gerusalemme, in una posizione molto delicata in cui ha potuto toccare con mano desideri e paure, problemi pratici e progetti della componente israeliana («la comunità ebraica di origine italiana era corposa e vivace») e della componente araba («la posizione italiana ha sempre avuto una grande sensibilità per le istanze palestinesi, fin dagli anni 80 che erano stati segnati dalla politica della Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti e Aldo Moro e del Partito Socialista di Bettino Craxi»).

La quotidianità, allora come oggi, è complicata. La prima Intifada nel 1988 è dura. La seconda nel 2000 è durissima. Il focolare – così si chiama la casa dove vivono i laici consacrati del movimento – allora era nella zona est di Gerusalemme, quella araba, la più povera della città. «Piovevano pietre sulle automobili guidate da donne con le fattezze europee. Quando con le altre del focolare ci muovevano in macchina, io stavo sempre davanti nel posto del passeggero. Viaggiavo con il finestrino abbassato e parlavo in arabo con i ragazzi. Sentire la loro lingua di solito bastava a fermarli», dice non senza malinconia.

Sono passati venticinque anni. E tutto adesso è ancora più complicato. Un grande dolore individuale e corale attraversa in questi giorni il mondo. E, anche, si percepisce adesso in questa piccola stanza che si affaccia sul giardino dove stanno crescendo i due nuovi ulivi appena piantati. Sarà, però, l’energia femminile e la simpatia umana di questa figlia di Haifa che è araba, israeliana e cristiana. Saranno gli spettacolari datteri di Gerico con le noci che, a Margaret, ha spedito da Haifa la sorella Anna Maria. Sarà l’effetto dell’Arak, una bevanda alcolica prodotta dalla distillazione di uve e di semi di anice, trentacinque gradi dichiarati, che però sembrano di più. Ma, quando esco dalla sala da pranzo e nel patio saluto Margaret, iniziano a girarmi nella testa (e nel cuore), in un tutto indistinto ma stranamente armonico, le parole del cattolico francese Georges Bernanos («La speranza è un rischio che bisogna correre»), dell’arabo egiziano Nagib Mahfuz («La tua casa non è dove sei nato. La tua casa è dove finiscono tutti i tuoi tentativi di fuga») e soprattutto, in questa Pasqua di luce e di oscurità, dell’ebreo, polacco e americano, Isaac Bashevis Singer: «La notte è un tempo di rigore, ma anche di misericordia. Ci sono verità che si possono vedere solo di notte. E, poi, la notte finisce».


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