Umbria

“Faceva parte della banda”. Confermata la condanna per associazione per delinquere


Sei anni di reclusione per una lunga serie di furti nelle campagne dello Spoletino. La Corte d’appello di Perugia ha confermato la sentenza di primo grado emessa nei confronti di uno dei componenti di una banda specializzata in furti e rapine nelle abitazioni di campagna, per il reato di associazione per delinquere, ritenendo provata la sua partecipazione stabile e attiva all’interno del sodalizio criminoso.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e confermato in secondo grado, il gruppo aveva trasformato il furto in un’attività semi-industrializzata. La banda aveva allestito una vera e propria base operativa all’interno di un’abitazione, utilizzata come “covo”. Qui venivano custoditi meticolosamente gli indumenti (probabilmente per non essere riconosciuti) e l’attrezzatura necessaria per forzare serrature e porte blindate.

Ciò che ha convinto i giudici della pericolosità dell’organizzazione è stata la serialità e la somiglianza dei colpi. In un lasso di tempo ristretto, il gruppo ha preso di mira diverse ville isolate della campagna, colpendo a distanza di pochi giorni l’una dall’altra. Le modalità erano sempre le stesse: azioni rapide, uso di mezzi veloci (varie autovetture) e fuga verso la base logistica.

Per l’uomo la condanna si basa su un quadro probatorio definito “schiacciante”. I giudici hanno richiamato le testimonianze delle vittime, che hanno raccontato il trauma subito e riconosciuto gli autori, analizzato le immagini delle telecamere di sorveglianza, che hanno immortalato gli spostamenti del gruppo, poi riconosciuti tramite i fotosegnalamenti e gli album fotografici, che hanno permesso di stabilire la presenza costante dell’imputato nei vari episodi delittuosi.

Un passaggio chiave della sentenza riguarda l’onere della prova. La Corte ha sottolineato come l’imputato abbia negato la propria partecipazione ad alcuni dei furti, ma non abbia mai fornito una spiegazione alternativa o convincente sulla sua costante presenza sul luogo dei delitti o sul suo legame con la base operativa.

In pratica l’uomo era sempre lì, con gli stessi complici, con gli stessi mezzi. La legge interpreta questa presenza costante e il silenzio su giustificazioni alternative come un tassello fondamentale per provare l’appartenenza stabile all’associazione.

La Corte ha, quindi, ribadito un principio cardine del diritto penale: per configurarsi il reato di associazione a delinquere non è necessario che l’imputato abbia commesso materialmente tutti i reati fine, ma è sufficiente che si dimostri la sua dedizione stabile al gruppo e la consapevolezza di far parte di un apparato organizzato per commettere delitti. La condanna, pertanto, diventa definitiva.


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