Piemonte

Morire di fabbrica: il caso Ipca e la svolta della giustizia


«Sono Margherita Macellaro, vedova Possio. Mio marito è morto di cancro il 5 luglio 1969, all’età di 43 anni. Si chiamava Giuseppe. Ci sposammo nel 1954 e lui lavorava già là. Mi raccontava quel che faceva, in particolare mi diceva che era sempre a contatto con acidi di tutti i generi e senza maschere e guanti. Sulla faccia gli trovavo spesso le bruciature degli spruzzi. Dormendogli accanto sentivo l’odore di acido del suo respiro. Aveva bruciori di stomaco, una stanchezza fortissima, dolori continui in una gamba. Il dottore della fabbrica gli aveva dato del bicarbonato per lo stomaco e per la gamba diceva che era sciatica. A novembre successe quel che temeva e che aveva sentito già da altri: orinò sangue. Fu ricoverato inutilmente tre volte. Morì in casa tra dolori atroci». Questa è una storia uguale a quella di decine di altri colleghi che hanno lavorato all’Ipca di Ciriè, fabbrica che produceva coloranti e dove si maneggiavano da sempre la benzidina e la betanaftilamina, amine aromatiche che provocavano silenziosamente il carcinoma vescicale. Subito dopo la guerra in Inghilterra e in Germania queste sostanze potevano usarsi solo a circuito chiuso perché la scienza aveva avvertito che era mortale manipolarle, ma a Ciriè no, si continuava a lavorare in reparti zeppi di polvere e fumi. Uno scenario spaventoso.

Una mattina si trovano i pesci morti nella vicina Stura, un Pretore vuol capire perché, e da quel momento, inizia una faticosa e lunga indagine della magistratura torinese. I dati dell’Istituto di medicina del lavoro dicono quello che a Ciriè si mormorava da tempo: quella fabbrica ha ucciso decine di lavoratori e continuerà ad uccidere quelli che non sanno ancora di essere ammalati.

Nel 1977, dopo un’infinità di udienze dove vengono ascoltate vedove, testimoni ammalati, periti, consulenti, funzionari pubblici distratti e gli avvocati delle parti, la terza sezione penale del Tribunale di Torino emette una dura sentenza di condanna, accogliendo le richieste del pubblico ministero Gustavo Witzel, nei confronti di tutti i responsabili dell’azienda.

Benito Franza, l’operaio che si era battuto per anni a nome dei compagni di lavoro per chiedere verità, non riuscì a vivere fino alla fine del processo.

Parliamo di mezzo secolo fa, parliamo del primo processo torinese e probabilmente italiano, in cui viene riconosciuto che le malattie professionali non sono una fatalità.


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